Intermittenze


A volte è qualcosa di esterno a dirci cosa dobbiamo o non dobbiamo fare.

L’altra sera ero molto indecisa se laciarmi trasportare od oppormi, se cedere o continuare, se fidarmi delle mie convinzioni o abbandonarle.

Da quando vivo a Genova l’elettricità è saltata in via XX solo una volta. Il 10 ottobre del 2014 la città è stata invasa da un’onda d’acqua terribile ed è rimasta senza corrente. Sono successe cose spaventose.

L’altra sera nel culmine della mia decisione/ indecisione la luce si è spenta, lasciandomi al buio.

Un lunghissimo minuto di silenzio. Senza frigoriferi che frusciano, orologi che ticchettano e spazzolini che illuminano. Senza cellulari che caricano, lavatrici che girano e luminarie che ronzano.

Poi tutto ha ricominciato a funzionare. Anche la mia testa, la mia volontà, la mia scelta e la mia determinazione erano più forti di prima.

Solo la lampadina del bagno si è bruciata. L’ho cambiata con una che avevo lì e che era vecchia e consumata.

Quando sono andata a dormire pensavo fosse tutto spento. Ho aperto gli occhi, l’ultima volta prima di cadere nel sonno, e quel fioco lume era rimasto acceso.

Era così basso che non me ne ero accorta. Sembrava voler confermare la mia scelta. Perché mi confortasse non l’ho spento per tutta la notte, come quando ero bambina.

L’autoscontro

Labirinti degli specchi, navi pirata, coppie che fanno pace grazie ad un peluche del tiro a segno.
Mentre vivo colori e suoni che avevo quasi dimenticato tutto si annebbia. È la fuligine dell’autoscontro che mi circonda.
Una mano sovrastata da un enorme Rolex GMT master mi passa una manciata di gettoni colorati.
La mia macchina è bianca e sembra fatta per me.
Me la lascia un ragazzino che potrebbe essere un mio allievo dicendo: “È la migliore”. Mentre mi abituo a schivare precedenze non date e collisioni più o meno volute guardo i guidatori degli autoscontri.
Un padre che mostra al bambino come si muove un figo nella pista. Una coppia di minorenni che sanno sempre su chi accanirsi.
Due bionde quattordicenni che ridono a coetanei col ciuffo phonato attaccati alla loro macchina come vongole.
Il bello della cumpa che resta fermo aspettando la giusta occasione per  tamponare, con lo sguardo di chi sa di essere già un leader senza dover neanche aspettare di crescere.
Io, che mi alleno a guidare nel traffico come se fossi in corso Europa.
In fondo il luna park è solo un esercizio di vita. Forse solo un po’ più serio di quella vera.

Alchimie di Capodanno

Sabato sera ho messo tutte le mie parole del 2018 in un antico cilindro.

Poi l’ho illuminato con delle lucine di Natale.

E infine le ho regalate.

Adesso aspetto che, per qualche strana alchimia, si trasformino in un anno d’amore.

Per tutti coloro che mi hanno chiesto quali parole conteneva il cappello, per chi le voleva e non è riuscito ad averle e per chi non c’era…

Sonno
Buio
Infischiarsene
Discesista
Guardaroba
Cappello
Shatush
Camino
Centoquattro
Profumo
Velluto
Rossetto
Karaoke
Piumato
Randagio
Rinascente
Parure
Spuntatina
Muratore
Filodiperle
Assenzio
Sanremo
Ciglia
Macchinetta
Oralegale
Giardino
vocale
Settembre
Birra
Lacrima
Saldi
Bambinodipraga
Meetic
Herbalifie
Pooh
Xfactor
Smart
Western

Lo avevo detto che alcune erano brutte, ma sono le mie.

Buon anno d’amore a tutti!

Fame d’amore

 

 

 

 

 

Milleduecento calorie al giorno

sono troppo poche 
per amarti.

Quelle polveri che mangio

non bastano

a pensarti.

Le barrette sostitutive,

insufficienti,

quando manca il respiro

nel vederti.

L’assenza di carboidrati,

quando ci sei,

non mi rende quella che vorrei.

Avessi l’energia di polli interi,

di Bon bon

e frittata

capiresti quanto mi rendi amata.

Con pastasciutte,

focacce

e mele candite,

nel mio cuore non faresti più ferite.

Solo grazie a stufati, costate

e carne equina

saprei dirti quanto sono vicina.

Che io e te quando ci pensiamo,

lo facciamo così forte

da muovere di questo cosmo la sorte.

 

Per cui da qualche parte non lontana

devono esserci due lune,

un spazio di fuoco

e un mare di pesci ubriachi.

E tutto questo,

mi sono resa conto,

brucia molte calorie.

Febbre all’Ikea

Se insegni non sei mai stanco come alla chiusura natalizia del trimestre.
Forse perché pensi che manca molto più della metà alla fine della scuola.
Forse perché il temuto pranzo di natale si avvicina.
O perché via XX viene talmente presa d’assalto dalle famiglie in cerca di regali che servono vigili per il traffico pedonale. In piu’ da padana, dove c’è la stessa temperatura dal mattino alla sera, il clima genovese (un giorno c’è il vento di Bora, quello dopo 20 gradi il sole e la primavera e quello dopo ancora la pioggia alluvionale) mi è inconcepibile.
Dunque, il virus preinfluenzale ne approfitta.
E quel che rimaneva di me e della mia creatività, me l’ha aspirato l’Ikea.
Lasciatemi qui a morire nel reparto bambini.
(La minavagante will survive)

I fiori del natale

Vieni, o Bellezza, dal profondo cielo
o sbuchi dall’abisso? Infernale e divino
versa insieme, confusi, carità e delitto
il tuo sguardo: assomigli, in questo, al vino.

Racchiudi nei tuoi occhi alba e tramonto. Esali
profumi come un temporale a sera.
Sono un filtro i tuoi baci, la tua bocca un’ampolla
che l’eroe fanno vile e il fanciullo ardito.

Esci dal gorgo nero o discendi dagli astri?
Il Destino, innamorato, ti segue come un cane;
sémini capricciosa felicità e disastri,
disponi di tutto, non rispondi di niente.

Cammini, Bellezza, su morti, e di loro sorridi;
fra i tuoi gioielli l’Orrore non è il meno attraente
e, in mezzo ai tuoi gingilli preferiti, l’Assassinio
danza amorosamente sul tuo ventre orgoglioso.

Abbagliata l’effimera s’abbatte in te candela
e crepita bruciando e la tua fiamma benedice.
Cosí, chino fremente sul suo amore, chi ama
sembra un moribondo che accarezza la sua tomba.

Che importa che tu venga dall’inferno o dal cielo,
o mostro enorme, ingenuo, spaventoso!
se grazie al tuo sorriso, al tuo sguardo, al tuo piede
penetro un Infinito che ignoravo e che adoro?

Che importa se da Satana o da Dio? se Sirena
o Angelo, che importa? se si fanno per te
– fata occhi-di-velluto, ritmo, luce, profumo, mia regina –
meno orrendo l’universo, meno grevi gli istanti.

Charles Baudelaire, Inno alla Bellezza XXI da Spleen e Ideale, in I fiori del male

Il mio selfie migliore

Mi scappa la fotocamera,

che quasi il telefono cade per terra.

Nel frattempo arriva un cane,

che mi corre incontro,

ma fugge via

per evitarsi un iPhone 7 plus

sulla testa.

Il telefono parte,

scatta in movimento.

Tutto in un unico istante.

Una foto non bisogna mai cercarla,

o ci appare,

o siamo noi che capitiamo a lei.

Il mio selfie migliore.