L’appuntamento

l'appuntamentoHai aspettato tanto le vacanze. Durante quelle avrai un appuntamento, quello che non si dimentica, la serata speciale che aspetti da un po’. Quella notte matta in cui bevi e piangi e baci. Vai a fare la manicure, non dai soliti cinesi, ma da una con mille piercing che ti ferisce togliendo una pellicina in profondità. Fai finta di niente: chi bello vuole apparire un pochino deve soffrire. Ti compri un vestito a fiori, che a lui gli piacciono tanto, anzi due, forse tre. Quando sceglierai cosa metterti, li butterai in aria come le camicie del grande Gatsby, che quel passo ti piace tanto. Poi la piega, le scarpe, le calze, la crema, il profumo.. l’attesa del piacere, non è essa stessa piacere? Ricordatela, cara, questa che ti servirà. Arriva il grande giorno, è mattina, nessuna telefonata. Ma dormirà..Passano le ore, fai altre cose, è già pomeriggio, si sa come sono gli uomini. Ti chiamano all’ultimo. Per non dimostrare che a te ci pensano, ci tengono. E allora prova a farti un riposino, ma sei troppo agitata….Quindi ascolti musica, leggi le parole delle canzoni, reciti poesie. Son le sette, ma che succede? La piega comincia un po’ a rovinarsi, allora ti passi nervosamente la piastra, devono essere lisci, ma non perfetti come nelle pubblicità. Le otto e mezza, le nove… da un paio di ore ti scrivono messaggi: familiari, sconosciuti, amiche che si son trasferite all’estero, videomaker a cui devi dei soldi, Tim, Vodafone, Tre. E tu sei Wind. Ad ogni suono un sobbalzo, tanto che cominci a dirti che è il momento di pulire la casa, buttare via le caramelle vecchie, riguardare quella cosa che avevi scritto anni fa, cucinare anche se non sei capace. Magari è meglio se ti cambi, il vestito a fiori deve rimanere fresco e pulito. Sono le undici, la casa è impeccabile. A questo punto cominci a farti delle domande, il cellulare funziona, ma lui avrà avuto certamente un contrattempo. Qualcosa è andato storto. Non in te, è ? Cosa credi? Tu sei perfetta e lui non vede l’ora di vederti, è solo stato bloccato da un impegno improvviso. Allora rimettilo il vestito a fiori e sul letto prova a pensarlo, vedrai che ti scrive ora, ti fa una sorpresa. Una bella sorpresa.


Il circo e la discoteca

circo-300x178Ho sempre sostenuto che dopo i 35 anni, la discoteca diventi un circo. Malgrado questo:
per recuperare una vita notturna ormai inesistente, per provare l’ebbrezza di un venerdì che parte alle sei del mattino e finisce alle due di notte, per ballare con le amiche, dato che a diciotto anni ero troppo malinconica per farlo,
ultimamente la frequento.
Nel frattempo, in città sono giunti gli Orfei.
Il circo è sicuramente:
crudele nei confronti degli animali, uno spettacolo datato e per niente contemporaneo ed infine carissimo, dato che l’ingresso è di 30 euro.
Malgrado questo, appena lo vedo, non posso resistere più di una settimana senza correre al botteghino e stringere il biglietto tra le mani. Nemmeno avessi 11 anni. Così ho costruito il week end perfetto: venerdì discoteca, sabato circo. Ma non avrei mai immaginato di trovare somiglianze così evidenti tra questi due universi.
Discesa in pista e danza degli animali.
Gli ammaestratori fanno sfilare gli animali sulla pista, fino a quando non ballano tutti insieme. Questo momento mi ricorda incredibilmente l’apertura delle danze in discoteca. Vengono tolti i tavoli dell’aperitivo, il dj mette revival e le prime ragazze iniziano a muovere il bacino. Si arriva presto ad un movimento collettivo fatto di delirio e canto a squarciagola, sulle note di Comprami di Viola Valentino e Maledetta primavera della Goggi.
La giraffa e il gorilla.
La discoteca è piena di gorilla: c’è quello che sta all’ingresso, quello con la maglietta striminzita e i muscoli appena pompati, quello che è sempre pronto a picchiarsi per ogni stupidaggine e quello che non balla. Mai.
In ogni pista e in ogni circo che si rispetti, c’è almeno una giraffa. La creatura è molto diffidente nei confronti dell’uomo e fa bene. Per questo, gli esemplari maschili, che siano addestratori o playboy, tendono ancora di più a accerchiarla, mentre lei mantiene un certo riserbo. In mezzo alla serata o al numero, con distacco, la giraffa prende la sua eleganza ed, altissima, se ne va.
La gabbia dei leoni. In tutte le discoteche c’è un luogo che ci attrae perché pericoloso. Uomini e donne stanziano lì solo per attaccare bottone. Il più delle volte corrisponde al posto dove si fuma, al guardaroba o al bagno. Il luogo del rimorchio violento. Dove l’istinto felino non può essere ammaestrato. Ieri, la tigre del circo non mi convinceva per niente. Il leone era tanto amico dell’ammaestratore che ha fatto il numero della testa nelle sue fauci, ma due o tre ruggiti della tigre mi hanno fatto riflettere. Se entrate nella gabbia dei felini, è a vostro rischio e pericolo.
Le sorelle Bazan, contorsioniste. Sono incredibili. Le loro tutine luccicano e, coi corpi, fanno cose pazzesche. Sembrano serpenti siamesi. Due donne, una sola forza. Sono bellissime e brillano, fatte di coraggio e femminilità. Le cubiste o ragazze immagine, come le Bazan, sono paillettes e brillantini su un corpo mozzafiato e muscoli involontari, ma evidentissimi. Tutti le guardiamo e le amiamo, ipnotizzati dai loro movimenti.
I trapezisti: coincidono con la magia, il momento in cui può accadere di tutto. Solitamente arrivano dopo i clown, che ci hanno rilassato come un gin tonic al bar. Fine serata, distrutti e concentrati nella musica, persa ogni tipo di inibizione, la pista diventa così simile a quella metà tra cielo e terra dove volano gli atleti. Un non luogo, dove tutto si può avverare ed in cui siamo così diversi dalla realtà. Gli acrobati, mentre si dondolano nel cielo, perdono ogni fisicità. Diventano angeli. Così, in certi momenti, aiutati dall’alcol, dalla notte, dall’ipnosi dionisiaca dei tanti bpm, può succedere di tutto. Balliamo con uno che ci sembra uno schianto e che poi alle luci del bar non riusciamo neanche a riconoscere. Noi, che non sappiamo neanche seguire una lezione di zumba dall’inizio alla fine, sembriamo sirene sinuose e nate per piroettare. Lassù, dove il tendone finisce, si può fare anche il quadruplo salto mortale.
E se si cade, c’è comunque la rete di protezione.


La sala d’attesa

13Si inizia con la rincorsa al numero. Chi è l’ultimo del dottor R….? Questa è una delle domande chiave della vita. Che poi non serve a niente, perché se uno ha il numero, basta seguire l’ordine. È un po’ come alla trasmissione C’è posta per te:“Posso sapere quello che ti hanno detto, Maria? “Domande rito, la cui risposta non è così importante. L’interessato non risponde, come se si trattasse di salvaguardare una sorta di privacy e tutti i presenti si sentono parte di un piccolo mistero, come in un romanzo di Agata Christie. Ci riprova dunque in modo diverso:“Io sono il 14, chi è il 13?” A quel punto si crea il caso, il vociferare, la confusione. Ognuno dice il proprio numero, come se fosse un modo per partecipare, per discolparsi, quasi una forma di scaramanzia. Io non sono il 13, Io devo prendere solo una ricetta, Io ho proprio una brutta influenza, Ma l’ha fatto il vaccino? Dicono che quest’anno non serva a niente, Perché l’anno scorso qualcuno è morto, sa? Sembra di essere ad un party, da quanta gente c’è oggi nella sala d’attesa del dottore della mutua. Il momento è quello in cui si comincia a rompere il ghiaccio, dopo aver bevuto qualcosa e mangiato due tramezzini, ma tutti sono ancora timidi, trincerati dentro le proprie insicurezze. Malgrado questo, si è un gruppo compatto, sempre pronto alla discussione. Sembra che in un attimo si possa diventare amici e subito dopo nemici. Io sono l’unica esterna, straniera e febbricitante, scrivo sul pc. Ci mando sempre qualcun altro a fare quella fila o mi faccio lasciare le ricette dal doc. Trovo deontologicamente sbagliato perdere parte della mia giovinezza su quelle sedie, le attese sono sempre di ore. Dunque gli abuituè della sala d’aspetto non mi conoscono e mi guardano con sospetto, nessuno è seduto vicino a me. Una signora indiana mi guarda con gli occhi della mamma, mentre continuo a soffiarmi il naso. Vorrebbe aiutarmi, si vede. Un altro signore ipotizza cosa potrei avere, pensando certamente qualcosa di infettivo, dato che si allontana sempre di più dalla mia postazione. Qualcuno legge le riviste un po’ datate, qualcun altro guarda i titoli del bookcrossing che il medico ha lasciato come terapia per superare l’aggressività dell’attesa. In quel momento, dietro di me, si apre una discussione. A sentirla così, sembra di essere in un film di Jim Jarmusch, di quelli con Steve Buscemi giovane. Il tema è: “Se uno fuma, al giorno d’oggi, quanti soldi spende? Quindi, quanto costano le sigarette?”. Tutto è estremamente genovese. Il discorso si apre a macchia d’olio e ha un sapore che ricorda qualcosa tra Ok il prezzo è giusto e Forum. I fumatori si guardano bene dal fare outing, ma io li riconosco dagli sguardi. Ascoltano, zitti. Qualcuno entra e saluta, ma nessuno risponde, sono tutti troppo concitati nella discussione. Si pensa che le Marlboro siano le sigarette più care, ma anche le più forti e cancerogene. Qualcuno dice che più si spende, meglio si spende. Questo io lo condivido sempre. Durante la discussione penso che se dicessi i miei problemi, il gruppo mi potrebbe aiutare. Sembrano fatti per questo. Ma quando sto prendendo coraggio, ritorna la chiamata al numero 13. Tocca a lui e nessuno risponde. Guardo il mio numero, naturalmente sono io il 13. Ecco perché non usciva fuori.


La febbre del sabato sera

la-febbre-del-sabato-sera01Per uno strano destino, da gennaio, tutte le volte che esco il sabato sera mi ammalo. Se sto davanti alla tv rifiorisco, la movida, invece, mi debilita. La spiegazione più logica è che centrino i piccoli untori di sei anni con cui ho a che fare ultimamente, ma mi piace pensare che forse la Minavagante, la prof. Lorusso e la Maestra Francesca siano veramente un po’ troppo per reggere alla più scatenata delle serate. Dunque, per scaramanzia, vorrei stilare, insieme a voi, delle regole per tornare la donna di un tempo e rimpossessarmi della notte per eccellenza.
1) Allerta meteo equivale alla visone di C’è posta per te sul divano letto. Sono rimasta tra quelli che non credono all’allerta. Un po’ di tempo fa, infatti, non funzionava affatto. Sabato scorso il momento della mia uscita è coinciso con l’inizio del codice arancione, ma, dato che ero maledettamente in ritardo, nella pochette non ci stava e non pioveva, ho lasciato a casa l’ombrello. Dopo 10 minuti che ero alla fermata, è iniziata una pioggia da Amazzonia. Non ci sono più le allerte di una volta.
2) Non hai un mezzo a Genova il sabato sera? Ballando con le stelle sul divano letto, è la soluzione. La mia meta di sabato era un locale a Sturla e il potente mezzo che mi ci doveva portare, l’autobus. Appena giunta alla fermata, come in un film, un 15 che porta la scritta Fuori servizio, scappa via. “L’ultima corsa è saltata” mi rimbomba nella testa, ma faccio finta di niente. Condivido il gabbiotto con una coppia tutta imbacuccata che se la chiacchiera amabilmente in spagnolo. Penso a quanto la gioventù sia bella, pulita, spensierata ed innamorata. Ad un certo punto chiedo ai due se hanno notizie del bus e, da vicino, vedo tutto con chiarezza: il Tavernello che tengono dentro la giacca, i vestiti sgualciti, il fatto che mi deridono dietro ai loro incisivi mancanti. Sono due clochard che hanno deciso di passare la serata al riparo della fermata. Per fortuna non mi derubano, anche se lo meriterei.
3) Evita gli appuntamenti con gli sconosciuti, soprattutto sotto la pioggia. Chiedo aiuto. La mia amica mi dice che Giuseppe, che io non conosco, sta partendo dal centro e mi viene a prendere. Giochiamo a nascondino per un po’. Io davanti al palazzo dell’Eni, lui davanti all’Upim, io davanti all’Upim, lui al palazzo dell’Eni. Il tempo di essere fradicia e ci riconosciamo.
4) Nella pochette c’è posto solo per il rossetto, il portafogli e il cellulare. Dato che le fermate del 15 sono numerose, decido che è indispensabile portare un dizionario di termini di moda in francese. D’altronde come farne a meno quando si va a ballare il sabato sera? Nel locale, prima di lanciarmi in pista, decido di propinare il malloppo al barista, che lo mette su una mensola sopra al bancone. Dico a tutti quelli che ho di fronte di ricordarmelo. Qualcuno mi suggerisce, saggiamente, di lasciarlo nella stanzetta guardaroba, ma io penso che il rischio che lo rubino sai troppo elevato. Si sa che le discoteche genovesi sono zeppe di appassionati di moda francese.
5) Informati di quanti gradi ci siano in pista prima di scegliere l’outfit. Indosso un vestito anni ‘50 con rose gialle: sembro un bon bon. E’ bello, ma profondamente inadatto alla situazione. Forse andrebbe bene per un tè in una piovosa domenica pomeriggio. Attorno a me sono tutte sexy e scollacciate. Ma questo è il meno. La cosa grave è il caldo. Sotto il vestito, date le precedenti malattie, la maglia termica! Mi sembra di avere quelle pellicole della tv da piazzare sui fianchi per sudare. Inoltre, il vestito è sempre più aderente anche a causa dell’abbondante aperitivo. Durante il ritornello di Maledetta primavera, sento Straap. La cerniera è andata. Cerco di risolvere il problema in poco, come farebbe il signor Wolf di Mr.Tarantino: molti sono ubriachi, le luci non sono alte, posso cavarmela. Cerco quello con le spalle più grandi e appoggio la mia schiena alla sua, la gente pensa sia un nuovo ballo e mi copia. Sembra che tutti abbiano il vestito rotto. Prima che il mio compagno di schiena mi inquadri, sgattaiolo in bagno per mettere una pezza, ma è inutile. Decido di togliere la maglia termica e metterla attorno al collo in modo che copra la schiena. Ogni tentativo di essere stilosa, ormai, è inutile.
7) Stai attenta allo stanzetta bagno/guardaroba: è un punto di incontro e ha delle sue regole. Se devi andare in bagno, occhi bassi e diretta verso la meta, in caso contrario potresti fare incontri pericolosi. Appena entri in questo retrobottega, una nuvola di sguardi ed una di fumo ti attraversano e ti senti come scendessi dalla scalinata di Uomini e donne. Dipende tutto da quell’ingresso : se vorranno continuare la tua conoscenza o no, se troverai l’uomo della tua vita, se diventerai mai una tronista, se verrai insultata da Tina. Il bagno naturalmente è sempre vuoto, lì si va per altri motivi.
Finale della storia? Dato che ho dimenticato il libro, il barista si sta facendo certamente una cultura su chiffon, pailettes, foulard e papillon alla faccia mia.
Io, ça va sans dire, ho la febbre e il mal di gola.