14037330_10154246265601690_1821669458_oCapita a tutti noi di perdere qualcosa a cui teniamo. Ci sono cose che non troviamo più, cose che finiscono nelle mani di altri e cose che magari abbiamo buttato per errore. Una volta cestinai cinquanta euro. Mi ero dimenticata di averli nascosti in una vecchia scatolina rovinata e, in uno dei miei ripulisti da crisi di cuore, finirono direttamente nella spazzatura. Un paio di scarpe in meno. Anzi, ho rischiato fossero due, dato che l’ultima ossessione è stata quella di aver perso il mio sandalo preferito. A listine di pelle nera con un tacco assassino, avevano la caratteristica di rendere speciali le occasioni in cui venivano indossate. La prima festa karaoke ai Piani, serata resa indimenticabile da spiedini di pesce aromatizzati agli agrumi. La mia amica, in quell’occasione, mi ritrasse fotografandole abbandonate sul pavimento, vicino ad un tappo di champagne. Me le ero tolte per ballare: mai avuto effigie più somigliante. Un uomo così acceso dal desiderio da sfilarmele sull’autostrada dei Fiori che ci avrebbe riportato a casa. Non guidava lui, per fortuna. E dopo quell’occasione non ricordo più nulla. Sparite. All’incirca due anni fa, da un momento all’altro. Dopo un periodo iniziale di ricerca in tutte le mie case e in quelle degli ultimi fidanzati, mi rivolsi a mio padre che in queste cose è l’unico in grado di aiutarmi. Vivo la sparizione di un oggetto così caro, proprio come fosse un amore che va via. E il mio genitore, in qualche modo, capisce. Forse per il suo lavoro, incentrato su un bene di lusso, sa dare il giusto valore alle cose. Gli feci disegni del modello, in modo che riuscisse a riconoscerle. Ero certa fossero nella residenza estiva dei Piani d’Invrea. “Niente, le scarpe non ci sono” disse. Allora cominciai ad ipotizzare di averle lasciate a casa di qualcuno. Effettivamente è impossibile affrontare la mattina con quei tacchi. Mi immaginavo di uscire con delle Havaianas o delle Superga del padrone\a di casa, mentre sotto il letto rimanevano loro, nascoste, abbandonate. O perse a Milano in mezzo a calzature vecchie e dismesse. Spaventate, sole. Ho passato l’ultimo fine settimana a metter sotto sopra la casa del mare. Mentre agosto fuori picchiava, io aprivo scatole, cassetti e mi facevo cadere in testa sacchetti situati sopra gli armadi, così in alto da poterli raggiungere solo col bastone della scopa. Per trovare:
libri di Jackie Collins,
armoniche a bocca,
rossetti nuovi dai colori estivi,
bomboniere perse e dimenticate,
radiografie,
guide turistiche di luoghi inventati,
lettere di addio.
Ma delle scarpe neanche l’ombra.
La mattina, ancora sfinita dalla ricerca, arriva una telefonata dal capofamiglia.
“Sai quelle scarpe di cui mi chiedevi tempo fa..? Mi è venuta un’idea di dove potrebbero essere”
Lui cura personalmente il giardino e tiene alcuni dei suoi attrezzi in una intercapedine sulla scala. Non è il suo deposito principale, ma un vero e proprio nascondiglio dove tiene grossi martelli, picconi, rastrelli, cazzuole, sottovasi ed altre diavolerie. La sua caratteristica principale, dice, è di non essere umido. Non finisco neanche la telefonata e le vedo lì, conservate perfettamente, in mezzo agli attrezzi. Un pensiero gentile, “Perchè non si rovinassero con il salino, sai, sono così belle”.
Grazie papà e buon onomastico.

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