Una notte tra i manichini

Mezzanotte è passata da poco. Genova sembra desolata, ma io ho ancora molta voglia di parlare, complice quel Nero D’Avola, il week end e il fatto che nessuno sia al mio fianco. Certe notti, alla Ligabue, dovrebbe essere vietata la solitudine. Ma appena superata piazza De Ferrari, via Venti, come spesso accade, mi viene in aiuto. Mi guardo attorno e mi rendo conto che, malgrado il marciapiede sia libero, non sono sola. Allora intervengo, interrogo, faccio il primo passo.

img_2505“Scusate signorine, dico a voi, sicuramente siete dirette verso una discoteca, visto il trucco e l’abbigliamento. Volevo farvi i complimenti, siete veramente sciantose. So che il sabato sera c’è una fantastica serata al Blunt. Andate forse lì? Potrei unirmi? Spero di non farvi sfigurare, come vedete, anche io in quanto a ciglia son ben fornita.”
Ma le ragazze non interagiscono, temo se la tirino un po’, d’altronde sono così carine.

img_2500“Ragazzi, state andando forse a sciare? Che domanda stupida, certo che sì, tu hai gli sci in mano…. A quest’ora di notte, la vostra è certamente una partenza intelligente. Siete diretti verso la Valle d’Aosta? Mia mamma è originaria di lì. Speriamo che ci sia un po’ di neve quest’anno. Ma non siete vestiti un po’ pesanti? Stasera fa un caldo, ho tirato fuori il giacchino autunnale, perfetto per questo abito. Cosa ne dite? Ecco, se ci fosse un posto in più, mi unirei volentieri. Io non so sciare, ma domani potrei aspettarvi prendendo il sole, magari con un bel bicchierino di grappa che in montagna, si sa, ha un altro sapore.”
Nessuna risposta. Eppure sembravano simpatici, ma avranno sicuramente la macchina piena, tra sci e tutto.

img_2501“Finalmente due signore che tornano sicuramente da una prima. Al Carlo Felice c’era Traviata vero? Che meraviglia, forse è la mia opera preferita. Per Violetta l’amore per Alfredo è qualcosa di così intenso e vero! Lei che aveva solo amanti ricchi, si perde per uno che non ha un soldo bucato.
Sicuramente è capitato anche a voi, dato che siete signore così eleganti.
E la scena in cui fa finta di non amarlo e A. da fesso ci crede? Ma come avrebbe potuto innamorarsi del conte Duphol?Gli uomini son proprio ingenui, a volte. Non trovate?Sono certa che anche voi avrete pianto disperate quando lei muore tra le braccia di lui. La prossima volta dobbiamo organizzare di andare insieme, son prof di musica, conosco un sacco di curiosità sull’opera.
Ora devo proprio scappare, perdonatemi, ci vediamo magari per la Butterfly alla prima della Scala.”

img_2502“Quanto mi piacciono le famiglie. Così tanto che mi astengo dal giudicare le mises del vostro, come lo chiama il vetrinista, Pigiama party.
Se no sarebbe un bagno di sangue, soprattutto rispetto a mamma e papà….ma insieme siete così intonati nei colori e nei temi e mi date un’idea di confort ed intimità. Il pigiama della mamma richiama il coniglio della bambina e quello del papà la renna del bambino. Stanotte, qui davanti a voi, mi sembra già Natale. Vi vedo che vi date la buona notte il 24 per poi aprire i doni insieme la mattina del 25 dicembre. Bambina coniglio e bambino renna vanno a sbirciare sotto l’albero già alle 6, in caso che Babbo Natale sia arrivato in anticipo. E anche se Natale è l’unico giorno dell’anno in cui potreste dormire fino alle otto, all’alba vi riempite il letto di regali a patto che vi facciano sonnecchiare almeno fino alle sette”.
Adesso tocca anche a me andare a dormire e domani, quando torno da scuola, vado a comprare l’albero di Natale.


La stanza delle farfalle

bussolaLui era innamorato di Lei e Lei era innamorata di Lui.
Così innamorati che erano felici sia quando aprivano gli occhi e si vedevano, sia quando gli occhi li chiudevano e non si vedevano più.
Ma la felicità è pericolosa.
Infatti, dalla casa di fronte, una vicina incominciò a spiarli e, dato che soffriva terribilmente di solitudine, tutte le notti prima di addormentarsi, pregava che si lasciassero.
Che litigassero.
Che avessero il viso pieno di lacrime.
Che si tirassero le cose dalla finestra.
Nella sua vita, la vicina di fronte, aveva accumulato così tanto dolore che prima o poi le sue preghiere si sarebbero avverate.
Il giorno dell’anniversario della coppia, Lui fece una sorpresa a Lei.
Al suo rientro dal lavoro, le fece trovare la casa piena di farfalle.
Lei, alla vista di quella primavera domestica, scoppiò in un pianto di felicità.
Per la vicina, che stava spiando, le lacrime di gioia furono troppo. Si concentrò cosi forte e mise così tanta tristezza in quella preghiera che la mattina, quando Lui si svegliò, Lei non c’era più.
Pensò che era andata a prendere la colazione.
Che era andata a cercare un regalo.
Che si era nascosta per fargli uno scherzo.
Ma non tornava.
Attorno a Lui, rimanevano solo le farfalle e dalla finestra di fronte, quell’odiosa vicina che guardava con un ghigno strano.
Quando si rese conto che Lei era sparita, era affranto come non lo era mai stato ed infelice solo al pari di quanto era felice con Lei.
Si sdraiò a torso nudo sul letto, in preda alla disperazione. Dallo specchio della camera, in cui tante volte si erano guardati insieme, vide che sulla schiena aveva disegnata una mappa. Ma, essendo sulle spalle, non era in grado di leggerla.
Chi poteva aver architettato un maleficio tale?
Portargliela via e dargli la soluzione per ritrovarla, senza che lui potesse tradurla?
Nel buio, il ghigno della vicina di fronte era sempre più forte.
Fu allora che le farfalle, commosse dal suo struggersi, gli portarono una bussola. Quell’oggetto si sarebbe illuminato e avrebbe letto la mappa, portandolo da Lei.
Ma solo ad una condizione: che lui trovasse un amore autentico come il loro.
Al secondo piano della casa vivevano un marito e una moglie.
Mi scusi, sono il vicino di sopra, mi parli del vostro amore” disse alla padrona di casa, guardando con la coda dell’occhio la bussola che rimaneva buia.
“Mi racconti quale, tra i regali che le fece suo marito, la rese più felice” aggiunse, pensando alle farfalle.
Quando mi ha regalato questo.” La signora gli mostrò il solitario, di almeno due carati, che portava al dito.
La bussola continuava a non dare segni di vita.
Mi dica di più” riprovò lui “Quale fu la prova d’amore più grande che suo marito le dimostrò?”
Il primo anniversario mi portò in un resort dove c’era anche la Spa. Ad attendermi sul letto, al rientro del massaggio, trovai questa borsa.”
Lui capì che non avrebbe trovato niente di autentico in quell’appartamento. A parte la borsa e il diamante, naturalmente.
Ma, dato che la casa era fatta solo di tre piani e il primo non era abitato, non gli restava che chiedere alla spaventosa vicina di fronte. A quel punto, avrebbe tentato anche l’impossibile.
Stupidaggini,” disse lei, “l’amore non esiste, esiste solo lo strazio delle vostre smancerie in quella stanza dall’altra parte del cavedio. Io vi odio, come odio l’amore perché ………….mi ricordate noi
Al suono di quel pronome, la bussola si illuminò riempiendo, quello spazio buio, di luce e il viso della vicina, di lacrime. Raccontò che tanti anni prima aveva vissuto col suo amore al primo piano della casa, quello ora disabitato. Erano stati così felici ed innamorati che sembravano proprio Lui e Lei. Ma, una mattina, senza alcuna ragione, l’uomo sparì e distrutta dai ricordi, si trasferì nella casa di fronte.
Non aveva ancora finito la storia, quando le farfalle, richiamate dalla luce della bussola, sopraggiunsero e lo portarono in volo da Lei.
Al loro incontro, i due, si strinsero forte e a lungo.
Nel frattempo, le farfalle, non molto lontano, trovarono anche un’altra vittima di un maleficio. Era l’amore della vicina di fronte, che finalmente poté ritornare.
La nuova coppia si ritrasferì al primo piano.
Anche quella casa si riempì di farfalle.
Lui era innamorato di Lei e Lei era innamorata di Lui.
Così innamorati che erano felici sia quando aprivano gli occhi e si vedevano, sia quando gli occhi li chiudevano e non si vedevano più.
La felicità, ora, non era più pericolosa.

 


L’avente diritto

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Dalle leggende scolastiche che avevo sentito, me lo immaginavo spaventoso l’avente diritto.
Personaggio mitologico e portatore di sventura, soprattutto per la terza fascia, lo vedevo come il protagonista di un qualche film espressionista tedesco, con l’ombra delle unghie che lo precede.
E, come ogni mostro che si rispetti, speravo non esistesse.
I colleghi di ruolo della scuola dove ho lavorato fino a lunedì scorso, mi avevano convinto:
“Nei precedenti anni, tutti sono stati sempre riconfermati”.
Nessun avente diritto a rovinar la festa.
Solitamente, questa calamità dovrebbe sopraggiungere, nella vita di ogni onesto precario, attorno a novembre o dicembre, al termine di quella supplenza che si chiama, appunto, “fino ad avente diritto”.
Quando firmi questo contratto non sai se realizzerai il sogno della cattedra fino al 30 giugno, ma sei felice lo stesso, perché non lavori da 4 mesi. Dentro di te, fai finta di firmare una sostituzione per malattia, di quelle con una data di inizio ed una di fine, così se la perdi non ci rimani troppo male.
Poi, la leggenda narra, che spesso l’avente diritto diventi tu.
Non ho mai capito il perché: misteri della scuola.
Ma soprattutto, non temi il suo arrivo, dato che in quel momento ignori che:
in quel mese e mezzo di servizio riceverai una pallonata nella pancia da un down che ha iniziato a volerti bene, ma è oppositivo e lo dimostra così,
scoprirai che solo interpretando Le mille bolle blu di Mina, manina con manina con l’utente, calmerai un attacco autolesionista e violento,
si può sopravvivere anche mangiando solo pane e limone, ma dato che il succo di ogni frutto è poco, ogni giorno a mensa bisogna disporre, per evitare crisi, ameno di 10 limoni e di 15 panini,
per quanto tu abbia sempre odiato e rifiutato matematica, ora che devi aiutare un ragazzo, ti tormenti per tutto il week end, fino a quando i conti non tornano,
quando ti abitui ad accogliere, poi non sai più se sono i ragazzi a chiedere sostegno a te o tu ad averne bisogno da loro,
ogni tanto un collega carino e maschio, in un gineceo di professoresse, è di grande sollievo,
esistono ancora i professori timidi, sensibili e bravissimi,
vorresti rifare le medie da quanto sono belle certe lezioni di geografia,
correndo sui tacchi, per prendere un treno, puoi attraversare l’intera via San Vincenzo con un tempo di 6 minuti e 27 secondi.

Ecco, quando sai tutte queste cose, ma solo a quel punto, arriva l’avente diritto.
E scopri che non è affatto mostruoso, anzi è una ragazza come te, ma solo con un punto in più in graduatoria.
E per questo, malgrado dover abbandonare il tuo posto ti lasci un grande vuoto dentro, non riesci ad odiarla.


Ma se ghe pensu….

genova-3A Genova, che io sia ad una festa, in una nuova scuola o alla fine di un concerto, immancabilmente qualcuno mi fa questa domanda:
“Ma con quell’accento milanese, cosa ci fai qui?” In quelle poche parole è racchiuso il mio rapporto con i genovesi, la loro curiosità per la fiera strana che sono, la diffidenza di fronte ai miei modi così estroversi e al mio tanto parlare e sorridere.
A quel punto ho due possibilità.
Se voglio fare la simpatica, ironizzo:
“Dopo quanti anni si prende la cittadinanza genovese? La carta verde si ottiene sposando un autoctono?E se parlasse bene il dialetto, sconterei qualche anno di apolidia?”
Se sono di cattivo umore giunge, inesorabile a rovinarmi la serata, la verità:
“Sono venuta a Genova per amore”
A questo punto, il mio interlocutore peggiora la situazione chiedendo di più e io, che di lui non conosco nemmeno il cognome, racconto dettagliatamente la storia della mia vita, chiudendo con un:
“Ma poi a Genova ci sono rimasta, che c’è il mare e a me basta quello”.
Per la prima volta, alcuni giorni fa, un amico regista mi ha chiesto di cantare alcuni pezzi su Genova ed in dialetto per un suo spettacolo.
Oggi ho letto i testi, ho incominciato a studiarli e ho accennato Ma se ghe pensu con una pronuncia per la quale meriterei la reclusione immediata.
La mie relazioni amorose coi genovesi non migliorano, ma, cantando questi brani ho capito finalmente che non è degli uomini che sono innamorata.
Ma di Genova.
E allora, anche se non si dovrebbe mai farlo, mi dichiaro.
Genova, io ti amo
malgrado non abbia più un ombrello sano che quando piove e c’è vento me li sfasci tutti,
malgrado l’autobus, in alcune salite, si fermi almeno cinque volte perché la strada è troppo stretta e tutti commentino ad alta voce, come se si stesse vivendo insieme un’avventura incredibile,
malgrado i tuoi venti, che cambiano sempre ed io non mi ci abituerò mai perché in Lombardia la temperatura è sempre la stessa dal mattino alla sera,
malgrado quei negozi in cui se entri ti devi scusare e fornire adeguate giustificazioni del motivo per cui lo hai fatto,
malgrado i numeri civici rossi, che non ho mai capito se rispetto ai neri salgano, scendano, siano perpendicolari o inversamente proporzionali,
malgrado si conoscano tutti, ma a me non mi conosce mai nessuno e c’è gente che mi hanno presentato almeno 15 volte e fa finta sempre di non ricordarsi,
malgrado la focaccia e la pasta al pesto, che se fossero nate in Padania, le milanesi le avrebbero abolite per non ingrassare.
Ma soprattutto ti amo perché, dalla prima volta che ti ho visto in sopraelevata, ti trovo bella come lo sarebbe solo Gerusalemme in un disegno di Piero Fornasetti.
Dunque mi perdonerai per la pronuncia di Ma se ghe pensu, dato che in quella interpretazione metterò tutto il mio cuore.