genova-3A Genova, che io sia ad una festa, in una nuova scuola o alla fine di un concerto, immancabilmente qualcuno mi fa questa domanda:
“Ma con quell’accento milanese, cosa ci fai qui?” In quelle poche parole è racchiuso il mio rapporto con i genovesi, la loro curiosità per la fiera strana che sono, la diffidenza di fronte ai miei modi così estroversi e al mio tanto parlare e sorridere.
A quel punto ho due possibilità.
Se voglio fare la simpatica, ironizzo:
“Dopo quanti anni si prende la cittadinanza genovese? La carta verde si ottiene sposando un autoctono?E se parlasse bene il dialetto, sconterei qualche anno di apolidia?”
Se sono di cattivo umore giunge, inesorabile a rovinarmi la serata, la verità:
“Sono venuta a Genova per amore”
A questo punto, il mio interlocutore peggiora la situazione chiedendo di più e io, che di lui non conosco nemmeno il cognome, racconto dettagliatamente la storia della mia vita, chiudendo con un:
“Ma poi a Genova ci sono rimasta, che c’è il mare e a me basta quello”.
Per la prima volta, alcuni giorni fa, un amico regista mi ha chiesto di cantare alcuni pezzi su Genova ed in dialetto per un suo spettacolo.
Oggi ho letto i testi, ho incominciato a studiarli e ho accennato Ma se ghe pensu con una pronuncia per la quale meriterei la reclusione immediata.
La mie relazioni amorose coi genovesi non migliorano, ma, cantando questi brani ho capito finalmente che non è degli uomini che sono innamorata.
Ma di Genova.
E allora, anche se non si dovrebbe mai farlo, mi dichiaro.
Genova, io ti amo
malgrado non abbia più un ombrello sano che quando piove e c’è vento me li sfasci tutti,
malgrado l’autobus, in alcune salite, si fermi almeno cinque volte perché la strada è troppo stretta e tutti commentino ad alta voce, come se si stesse vivendo insieme un’avventura incredibile,
malgrado i tuoi venti, che cambiano sempre ed io non mi ci abituerò mai perché in Lombardia la temperatura è sempre la stessa dal mattino alla sera,
malgrado quei negozi in cui se entri ti devi scusare e fornire adeguate giustificazioni del motivo per cui lo hai fatto,
malgrado i numeri civici rossi, che non ho mai capito se rispetto ai neri salgano, scendano, siano perpendicolari o inversamente proporzionali,
malgrado si conoscano tutti, ma a me non mi conosce mai nessuno e c’è gente che mi hanno presentato almeno 15 volte e fa finta sempre di non ricordarsi,
malgrado la focaccia e la pasta al pesto, che se fossero nate in Padania, le milanesi le avrebbero abolite per non ingrassare.
Ma soprattutto ti amo perché, dalla prima volta che ti ho visto in sopraelevata, ti trovo bella come lo sarebbe solo Gerusalemme in un disegno di Piero Fornasetti.
Dunque mi perdonerai per la pronuncia di Ma se ghe pensu, dato che in quella interpretazione metterò tutto il mio cuore.

 

 

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