Atene, 1996

Era la mia prima vacanza all’estero da sola.
Cioè, con le amiche.
In Grecia, il sogno estivo degli adolescenti e di quelli che adolescenti non sono più.
Prima di imbarcarci, tutte insieme avevamo soggiornato nella casa del mio primo amore. All’incirca una settimana.
Un giovane avvocato del sud conosciuto nella vacanza precedente e mantenuto a distanza per via epistolare e sogni.
Furono sette giorni di baci. E niente più.
Avevo 17 anni.
Ma come in tante storie di oggi, lui era più grande e voleva arrivare al dunque.
E per farlo, mi chiese se andavo con lui in vacanza in barca a vela.

Erano state lacrime per prendere quella decisione.
Una scelta divisa tra amiche.
Non ero pronta. E decisi di continuare il viaggio.
Nel traghetto Ancona-Atene piansi per due notti e due giorni chiusa in un sacco a pelo mummia, dove le ragazze introducevano kinder brioss ed acqua per nutrirmi ed idratarmi.
Giunte al Pireo, avremmo passato una notte nella capitale greca, prima che una nave più piccola alle 8 del  mattino ci portasse nelle isole.
Avremmo passato una notte in quell’albergo.
Di quegli alberghi in cui si sentono le grida provenire dalle altre stanze,
di quegli alberghi in cui si mangiano scatolette di tonno, come la mia amica in primo piano,
di quegli alberghi che ti danno il benvenuto con un pesce morto sullo zerbino dell’atrio.

Assurdo come la memoria tatui certi dettagli.
L’odore di quel pesce, la sensazione di aver scelto la cosa sbagliata, la paura di quel posto sporco nel nulla, la stanchezza del viaggio.
Di quegli alberghi in cui si guarda all’orizzonte mentre si fuma una sigaretta.
Un orizzonte che, al contrario del pesce, non ricordo affatto.
Mentre fumo attendo.
Qualcosa che non è arrivato ancora, malgrado io stia fumando una sigaretta in un terrazzo affacciato all’orizzonte.

Foto di Diana Cobelli

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