Se mi cercate, cercatemi davanti al distributore di caffè.
No, non intendo quello al secondo e al terzo piano della scuola.
Davanti a quello mi trovate a far la fila insieme ai ragazzi all’intervallo.
Che nelle pause tra un’ora e un’altra non ci si dovrebbe andare.
Ma ogni caffè ci mette così tanto ad uscire che sembra quasi durare un intervallo.
Parlo dei distributori cittadini.
Sono nelle vie: grandi quanto piccoli negozi.
Self service. Spaziosi. Quasi sempre vuoti.
Potrebbero apparire un po’ tristi, con quella gamma di colori in cui solitamente li si vede.
Arancioni, gialli, rossi.
Promettono una felicità al costo di 60 cent.
Zucchero e cacao, tortine alla marmellata e preservativi.
Acque gassate, accendini ed arachidi.
Il mondo del distributore, è un mondo vietatissimo.
Un mondo di olio di palma.
Ci faccio anche la spesa io, al distributore.
Le cose comprate lì, son più buone.
Le merendine son più fresche, dato che stanno nei frighi.
E le bevande già zuccherate, come la camomilla solubile per bambini.
Fanno ingrassare le cose del distributore, ma io me le godo tutte.
Mi fermo lì davanti e le persone fanno finta di non guardarmi, come se andare al distributore fosse una prova di povertà. O di solitudine.
Se negli uffici, nelle scuole, negli ospedali il distributore è un interno, ora è sbatutto all’esterno. 24 ore su 24.
E io nei non luoghi mi ci trovo sempre. Quindi, cercatemi lì.
Dentro alla stanza distributore.
Sotto alle foto dei panini che sembrano così buoni e invece no.
C’è anche la birra se uno volesse, ma ci vuole il documento.
In alcuni ci si può scaldare il cibo con un microonde.
Chissà che schifo fanno i tramezzini scaldati.
Mi trovate lì con i miei pensieri che al distributore valgono anche loro 60 cent.

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