Mi aveva detto di essere simpatizzante di Trotsky.
Mi sembrava un buon inizio con me.
E allora avevo studiato.
Mi son fatta dare ripetizioni, davanti alla macchinetta del caffè, dal professore di filosofia.
Che certa politica bisognerebbe chiederla ai filosofi, secondo me.
Avevo capito quasi tutto: da una parte c’era Stalin e dall’altra Trotsky.
Cioè prima erano insieme, ma poi, come va in queste cose, si son separati.
E nella rivoluzione russa i burocrati hanno cozzato perchè il capitalismo si deve essere trasformato in capitalismo di stato.
Stalin, in un qualche modo, deve aver idealizzato il socialismo in un solo paese.
E invece Trotsky deve aver detto: “O è globale o io non ci sto”.

Davanti ad un prosecco gli ho parlato della rivoluzione permanente.
E ho fatto certamente un figurone.
Lui ha ribattuto che le mie conoscenze erano un po’ da rivista femminile, ma comunque ho colpito nel segno.

Io poi ce l’ho lo stile da zarina dell’ottocento.
Avevo messo una delle mie gonne lunghe a fiori e gli stivaletti.
Ero elegantissima.

Insomma, eravamo al terzo prosecco, quando mi sembrava tutto perfetto.
E lui ha esordito con una battuta sul fatto che il mio abbigliamento facesse vedere poco la mia femminilità.
Indagando, ho capito che si lamentava del fatto che fossi poco succinta.
Se la prendeva in particolare con la gonna, a suo parere troppo lunga ed ampia.

Ha persino azzardato un: “Mettere la minigonna ti farebbe bene, ogni tanto.”

Naturalmente la serata è finita lì.
E io, più indispettita che dispiaciuta, ho capito che non sono fatta per un comandante della rivoluzione russa.
Ma per uno Zar.
Magari con un colbacco di pelliccia.
E che continuerò ad aspettarlo, perché arriverà.

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