Appena giunti nella villa, non sono tra i nomi del foglio degli invitati.
Ma accompagnata da tre persone in lista.
Ed entro.
Anche se le signorine sottolineano, gentilmente, che l’evento sarebbe overbooking.
Le varie sale della villa sono gremite di persone.
Inservienti in livrea riempiono le flûte che la maggior parte degli ospiti hanno già in mano.
I camerieri sono quasi tutti di colore, sembra di essere in Via col Vento.

Nella sala più grande si balla. Un dj arriva dal Plastic di Milano.
Alterna un po’ schizzofrenicamente pezzi come Maledetta primavera della Goggi alla musica techno da club.
In una sala vengono proiettate foto degli anni ’60 fatte da un professionista genovese: partecipanti a Sanremo, cantanti famosi ritratti in scatti rubati.
Le persone si fermano a guardare le diapositive.
La sala è avvolta dal silenzio.
Gli ospiti sono meravigliati dall’eleganza delle pellicce delle signore o degli smoking dei signori.
Una classe irraggiungibile, quella del passato.

Malgrado nella villa ci siano bellissimi outfit.

Le donne hanno vestiti corti, col décolleté in vista e stivali alti.
Patrizia Pepe style.
Io sono completamente fuori moda. Ho un abito con delle rose gialle anni ’50. Uno dei miei preferiti.
I fiori hanno una punta di rosso sulle spine.
Come un’ombra di sangue.
Vesto la stessa nuance sulle labbra.

Ma agli occhi della festa, il vintage non paga.
Fino a quando non vado in bagno e un uomo accerchiato da donne mi ferma e dice:
Anni ’40 o anni ’50?”
Cinquanta rispondo.

Sei la rosa gialla più bella, dice.
Dio protegga sempre gli omosessuali alle feste nelle ville, penso.

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