Le acciughe fanno il pallone che sotto c’è l’ala lunga.

Fuori dal cinema c’è tanta gente.
Tanta Genova.
Li vedo dal bar di fronte all’Ariston, alla prima di Fabrizio De Andrè Principe Libero.
Davanti ad un caffè, li spio.
Si parla soprattutto del problema dell’accento del protagonista:
“Come si fa a sopportare un De Andrè che parla in romanesco? Mah, non ne avrei idea.”
“ Sembrerebbe troppo una fiction. Su De Andrè? Impossibile.”
Io guardo, io non commento, io sono straniera.

Ogni tre ami c’è una stella marina, ogni tre stelle c’è un aereo che vola, ogni tre notti un sogno che mi innamora.

Inizia e mi prende subito.
Guardo il mare di Boccadasse che mi ha ospitato tutti i primi anni, quando pensavo fosse l’unica spiaggia di Genova.
Mi perdo nei vicoli che rimangono il più  grande mistero.
Come il bar di San Pancrazio, che al contrario degli altri posti invecchiati per il set, hanno lasciato esattamente come è, perché bloccato nel passato.
Rivedo la salita di San Francesco, che per me è discesa, aggrappata ad un uomo non solo per i miei tacchi troppo alti.
Riconosco la Claque, location nel film del primo concerto alla Bussola, dove la paura di Fabrizio mi ricorda la mia, combattuta così tante volte su quel parquet.
E infine Spianata Castelletto, talmente bella, da sembrare un falso, una sintesi inesatta della città.
Nulla è così bello, mai.

Passano le villeggianti, con gli occhi di vetro scuro, passano sotto le reti che asciugano sul muro.

Eravamo tutti dentro al cinema per te, Faber.
C’ero pure io. Io che non sono mai stata una deandrèiana.
Io che, a te, preferisco Ciampi.
Io che, come i presenti, non faccio parte della tua Genova.
Quella che stasera non c’è.
Quella che, in vicoli non molto lontani, è impegnata a scaldare la notte di un martedì come gli altri.
Ma che forse ti guarderà in televisione, commuovendosi sul finale.
Forse.

Ogni balcone, una bocca che m’innamora.

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