La fata verde di Giorgia Matarese

Dicono che il caso non esista.
Un paio di settimane fa, avrei dovuto interpretare l’assenzio in un reading poetico ottocentesco.
Immaginate quella spessa cortina di fumo, tipica dei caffè concerto.
Si riescono ad intravedere solo i posti a sedere all’interno del locale.
Il pubblico assapora la musica suonata da un’orchestra volgare, un’atmosfera fatta di fumo e birra, donne scollate tra gli spettatori.
L’aria è intrisa di poesia e dolore.
E per sopportarlo, tanti si affidano allo stordimento.
Non delle droghe che vanno di moda ora, ma delle fate.
La morfina, fata grigia di cui Jean Lorrain, cantuatore omosessuale scriveva:
“Oh dolcezza della morfina!
la sua deliziosa frescura sotto la pelle
si direbbe una perla sottile
che scorre liquida sotto le ossa”

E l’assenzio, la fata verde che leniva con il suo liquido magico inquietudini e sofferenze.
Ernest Hemingway lo descriveva come:
L’alchimia liquida che addormenta la lingua, infiamma il cervello, scalda lo stomaco e trasforma le idee.”
Sarebbero stati presenti Boudelaire, Verlaine, Rimbaud, Mallarmè, Wilde.
Gli amici che avrei sempre voluto.
Avrei indossato un abito verde e mi sarei acconciata di biondi boccoli voluttuosi per richiamare quella seduzione del male che aveva dominato la Parigi dell’800.
La sera dell’evento, una coltre di neve ha coperto Genova.
Lo spettacolo è stato rimandato.
Esattamente nella notte tra l’8 e il 9 marzo 2018.
Venerdì scorso.
Notte importante per me.
Cuspide tra la festa della donna e il mio compleanno.
Tutte dovremmo essere fate, almeno una volta nella vita.

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