Insegna della ex-merceria in via XX Settembre 140r

Ho una passione per le insegne.
Anche perché girando di notte, le serrande sono chiuse.
E le insegne illuminate.
Dalla luna e dai pensieri.
In via Venti ce n’era una che mi piaceva particolarmente. Era antica e riportava un nome ed un cognome.
Mi piace pensare che a quello che si vede nell’insegna, corrisponda qualcosa all’interno del negozio.
E lì era così.
Mary Rosa era la proprietaria di alcune mercerie genovesi.
Io non l’ho mai conosciuta, vedevo solo arrivare due sorelle alle 3 del pomeriggio con la loro 126 della Fiat.
Due anziane signore, ma ancora abbastanza in gamba per saper parcheggiare in via degli Archi, una strada tanto stretta quanto vicina al negozio suddetto.
Quando si entrava da Mary Rosa, si sentiva un odore che ricordava le case delle nonne, le alluvioni, il legno e la cera per pavimenti.
Dietro al bancone, due giovani commesse.
Alle loro spalle i bottoni, le chiusure lampo, gli elastici, i nastri in sbieco, quelli per orlo e soprattutto i tessuti. Chiffon, satin e organza al metro.
E tutt’attorno un codice sconosciuto, la lingua delle mercerie.
Saperla parlare è sempre stato uno degli obiettivi della mia vita.
Per un’estate ho fatto un restyling del mio guardaroba proprio lì: ho allungato gonne, aggiunto pizzi, sistemato bottoni, cambiato modelli.
Ultimamente il tempo è poco e lascio fare ai cinesi, bravissimi.
Non mi sono resa conto quindi, che da un po’ nel negozio non venivano riassortiti  gli articoli per il cucito, le fodere e i boa di struzzo.
Qualche mese fa è deceduto l’ultimo titolare, fratello di Mary.
Le sorelle da sole non ce l’hanno fatta e hanno deciso di chiudere.
Ai primi soli, immaginerò la loro 126 parcheggiata davanti a qualche bar sul lungomare.
Ma ogni volta, davanti a quel negozio che tra poco aprirà in via XX Settembre 140r, mi chiederò dove sono andati a finire tutti quei bottoni.

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