Da un po’ di tempo desidero uno stereo.
Studiando e insegnando ho sempre vissuto la musica come un lavoro.
L’ascoltavo sul computer, su registratori digitali o al massimo, quando mi sentivo un po’ sola, alla radio/tv.
Negli ultimi anni, quindi, non ho sentito il bisogno di qualcosa che riproducesse suoni in modo consono all’ intimità della mia stanza.
Sabato sera mi sono trovata in una sala, spaziosa e col pavimento di marmo.
Al centro, un grande grammofono.
Un bell’oggetto del 1913 con una tromba che sembrava un fiore di rosso screziato.
In pochi minuti, l’unico tavolo della stanza si è riempito di 78 giri di gomma lacca.
Per primo, ho scelto “Soledad” di Carlos Gardel.
E’ bastato un attimo perchè quel pavimento si trasformasse in una milonga, dove un paio di tacchi femminili strisciavano sulle falde del marmo ad un ritmo nervoso e sensuale.
Subito dopo, è toccato ad un disco di jazz.
Dopo poche note, mi sentivo sul ponte di una nave, di quelle che attraversavano l’oceano portate avanti dai sogni di libertà dei suoi passeggeri.
Quell’oggetto non ha un volume regolabile, ma risulta perfetto.
L’unico modo per abbassarlo è mettere nella tromba un pezzo di stoffa arrotolato.
Ogni disco una puntina.
Alla faccia del risparmio.
Per un po’ di musica buona, un tempo, non si badava a spese.
Infine, soprattutto, il suono.
Che riempie il mio cuore vuoto e sembra seguire le sue righe.
E più sono profonde e più suona bene.
Se i dischi o i cuori sono più rovinati, infatti, hanno un suono più vero.

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