Spaccanapoli. Un bambino, traccia il mio percorso.
Ha i capelli rossi, scarpe da tennis, una maglia e dei pantaloni grigi.
Si differenzia da tutti gli altri scugnizzi napoletani da un dettaglio.
Le orecchie, incredibilmente a sventola.
Mi è sempre avanti di poco.
Si ferma a parlare quella lingua incomprensibile in tutti i negozi di frutta, nei bar, nei bassi.
La gente sembra aspettarlo.
E lui cammina veloce.
A volte si ferma a giocare a pallone con qualche altro ragazzino.
Se lo supero, mi recupera.
Se mi fermo, m’aspetta.
A quell’ora di primo pomeriggio in cui la città è fermata dalla bafagna, il rosso è il padrone di tutte quelle vie.
Nascoste, dimenticate.
Piene di segreti che convivono con le voci gridate.
Ad un certo punto giungiamo in una piazzetta, seduta su una panchina al centro, c’è sua mamma.
Fa qualcosa che non capisco, forse aggiusta qualche vestito del ragazzo.
Dove possa vedere entrambi, nella parte alta della piazza, c’è il papà che vende kebab.
Kebab napoletano originale.
Il rosso è figlio di persone antiche.
Entrambi si rendono conto della mia presenza e non sono gradita.
Me ne vado, portandomi dietro le sue orecchie a sventola.

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