Mi è bastato un tuffo.
Io che la testa non la infilo mai nell’acqua.
Perchè mi rovino la piega.
Ho ceduto alle lusinghe dell’azzurro di cielo e mare di fine agosto.
Appena uscita ho sentito quella sensazione nell’orecchio destro.
Come se ascoltassi dentro ad una conchiglia.
E da allora sono come uno di quei gatti che si grattano l’orecchio continuamente con la zampina.
Negli ultimi quattro giorni mi hanno visto:
-scuotere la testa da una parte all’altra
-appiattirmi la mano sull’orecchio per creare una sorta di vuoto
– coricata sul fianco destro, poi sinistro e di nuovo destro
– con la testa sul tavolo
– con il phon sparato nell’orecchio per ore.
Un giorno ho anche saltellato sulla gamba sinistra tirando il lobo opposto. Tra un po’ cado e mi rompo una caviglia.

Intanto la gente: “Vedrai la gioia quando ti si stapperà e sentirai scendere sulla guancia quel liquido caldo“.
E io l’ho sognato quel momento, con tutto il cuore.
Ma nessuna gioia.
Non esce niente.

Allora vado in farmacia.
Mi danno delle goccine.
Mi dicono una cannonata.
Le metto e da subito la situazione sembra peggiorare.
Ora lo sento anche pesante quel che ho nell’orecchio.
Acqua di mare e glicerina non si fondono nel mio canale uditivo.
Creano invece maretta.
Torno in farmacia.
Stavolta mi propongono i coni.
Due gelati di carta da bruciare nelle orecchie.
Il calore, spiega il medico, dovrebbe asciugare l’acqua.
Ma stia attenta devono essere dritti e se lei sta sdraiata sul fianco il dritto non lo riconosce. Quindi se li deve far bruciare da qualcuno.
Ma io sono da sola come faccio? Me lo farebbe gentilmente lei?
No io no.  Si figuri, sono solo al banco.
Liguri adorabili.
Ce la posso fare, penso.
Girata mi brucio i capelli, faccio cadere il cono e rischio l’incendio.

Non mi resta che chiamare l’otorino.
Dopo qualche ora mi guarda con uno strumento.
Ma quanta roba ha messo qui dentro?
Ci vuole un bel clistere nell’orecchio.
Per fortuna nell’orecchio.
E poi la luce. Anzi il suono.
Il primo pensiero è che rimetterò la testa in acqua la volta che andrò dal parrucchiere e gli dirò fai tu.
Ovvero mai.
Il secondo è: Cos’è che non volevo sentire?

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