C’è un uccello sopra la mia finestra dal giorno in cui sono iniziate le piogge.

Non si sente appena arriva la mattina, come gli altri.

Ma canta di notte.

Tre sere fa, rincasando mi sono fermata per capire cosa cercasse di dire.

Esponeva una sua tesi.

Forse mi parlava di un nido che non ha più, che sua mamma è morta nell’alluvione o, magari, aveva semplicemente voglia di cantare.

L’altro ieri son tornata a casa tardi e lui era lì che vocalizzava come la sera prima.

Ho preso l’ascensore che mi porta agli alberi di Carignano per vederlo da vicino.

Scoprire se fosse merlo o pappagallo.

Ma non si vedeva nient’altro che la notte.

Il suo canto, invece, si sentiva forte.

Era aggraziato, ma deciso.

Non un fischio, ma note vere. 

E il vento che soffiava gli faceva da tappeto.

Stanotte non ho potuto sentirlo.

Ero lontana da casa coi pensieri e con il corpo.

Non potevo ascoltarlo e ora non riesco a smettere di domandarmi cosa volesse dirmi.

Allora ho letto che il merlo canta per amore.

E può confondere i lampi con il sole.

 

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