Il maggese è quella pratica agricola che consiste nella messa a riposo di un appezzamento di terreno per restituirgli fertilità.

Lo so che è un matto.
Infatti ogni volta che lo incontro abbasso gli occhi.
Non si può certo avere empatia per tutti e tutto, non certamente con il lavoro che faccio io.
I ragazzi che seguo mi prendono l’anima e quando vado a casa voglio staccare.
E godermi la mia solitudine.
A qualsiasi ora io arrivi, tiro giù la tapparella con tutta la forza che ho, in modo che quella ghigliottina di ferro e lamiera risuoni per tutto il cavedio.
È un messaggio volto a non generare risposta: non ce n’è più per nessuno.
Mi metto il pigiama, quello di pile con i cuori bianchi su fondo blu che ho comprato nei saldi e mi butto sotto alle coperte.
Il sonno dei giusti, quello di fine turno.
Privo di sogni.
E son già fortunata che per arrivare a qualcosa di simile ad uno stipendio mensile agli educatori toccano almeno 10 ore al giorno.
Io posso riposare un po’ di pomeriggio.
Non devo mantenere nessun altro oltre a me.
Non c’è chi mi aspetta a casa o che mi chiede di cucinargli qualcosa ascoltando la sua giornata.
Così creo in camera un bel buio artificiale, dato che fuori c’è il sole, e mi ficco nel letto, in modo da risvegliarmi quando la giornata volge al termine.
Mi ricorda quando ero adolescente e nelle prime giornate di primavera, aspettavo che i miei uscissero e andavo a dormire.
In cucina mi facevo un abbondante panino e tiravo giù le tapparelle lasciando fuori una Milano imbarazzata dall’arrivo della primavera.
Sogni che parevano più belli della realtà e che valevano il mio tempo come fossero uno spettacolo pomeridiano al cinema.
Così faccio anche oggi.
Per prendere sonno nel cuore del giorno penso ad immagini belle.
La più bella è quando alle 13.45 uno dei ragazzi che seguo mi saluta dal taxi che lo riporterà a casa per pranzo.
Grida così forte il mio nome che lo sente tutta la via.
Mi addormento subito.
Poi, dopo un tempo che non saprei misurare, un rumore mi sveglia improvvisamente.
Qualcosa sembra infrangersi sulla mia testa.
È un portacenere di cristallo che cade e fa un rumore bellissimo e spaventoso allo stesso tempo.
Come buttarsi nel mare in un giorno di burrasca.
A tirarlo per terra, sul suo pavimento che è il mio soffitto, il vicino di sopra.
Vuol dire che ha una crisi.
Avrebbe potuto dimostrarsi con una bestemmia, gridata e solitaria.
Ancora più spesso insulti al telefono contro qualcuno: una madre, un fratello.
Sono anche venuti a prelevarlo una volta.
Ho visto l’ambulanza che lo veniva a prendere.
E lui piccolo e scuro si è fatto portare via dagli infermieri collaborando.
Come se fosse cosciente di essere scappato da un posto in cui doveva stare e nel quale stava facendo ritorno.
Il vicino di sopra ha comprovati problemi di diverso tipo, principalmente salute, ma soprattuto psicologici.
Lavora in un negozio con la famiglia.
Della famiglia.
Uno dei più eleganti e centrali casalinghi della città.
Si possono trovare servizi di porcellana, bicchieri di cristallo, vasi, specchi, oggettistica di design e grandi manufatti italiani.
Il paradiso del complemento d’arredo.
Non ci sono mai entrata in vita mia.
Non mi piacciono gli arredamenti alla moda.
Rispetto a lui, lo incrocio e mi basta perché quando mi sveglio dorme e quando torno è già nel rientro pomeridiano al negozio.
Anche la notte capita che mi svegli.
Ma che sia giorno o notte, dato che sicuramente faccio casino anche io con la mia insonnia, lascio passare.
Il problema vero è che si sente tutto da un piano all’altro.
Colpa della tipologia costruttiva di questa casa.
“Cemento armato costituito da una ingabbiatura di tondini di ferro molto cospicua.
Propaga i rumori come i fili di un telefono la voce” mi disse un amico ingegnere quando gli chiesi il perché.
Avevo scelto un attico per non avere più nessuno né sopra né sotto.
Chissà che bel buio avrei fatto dentro, con tutta quella luce fuori.
Per non parlare della solitudine.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *