Che notte, quella notte degli scrittori!

noote scrittoriC’è un segnale che mi fa capire quando sono innamorata. Sempre lo stesso. Niente campane da commedia anni ’40. Niente mancanza di appetito, che anzi se amo mangio più decentemente. Per non parlare del sonno che mi passa sempre e comunque. Magari, fosse solo da innamorata. Il segnale, chi è stata una mia preda lo sa, è leggere ad alta voce.


Monsieur Brassaï, la porterei al karaoke di Brignole

12255768_1238470999502504_1083023145_oCi siamo conosciuti ieri, Monsieur Brassaï. Dobbiamo ringraziare il Sig. Borzani, presidente della Fondazione Palazzo Ducale, che, dopo quello che è successo a Parigi venerdì, ha disposto l’apertura gratuita della mostra a lei dedicata. Se no io avrei aspettato fino all’ultimo e come ho già fatto con Expo, mi sarei svegliata una mattina convinta di andare ad un’esposizione già finita. Un giorno forse è poco, ma mi sembra già di conoscerla. Dato che il suo vero nome è ungherese ed impronunciabile, per me sarà Brassaï e basta. Anche se siamo nuovi, abbiamo già molte cose in comune. Ieri, durante la mostra, mi ha accompagnato nella sua notte parigina. Nel buio ho visto passaggi particolari tra la città e l’altrove. La nebbia era fitta e rendeva tutto surreale, anche quando veniva tagliata dalla luce dei lampioni, dai fari delle automobili e dai bagliori delle sigarette. La gente della notte, come cantava Jovanotti, da lei ritratta a Parigi pare la stessa che incontro io a Genova. Persone così differenti da quelle che vivono di giorno, da appartenere ad un’altra razza. Un’umanità che fa crollare pregiudizi, chiacchiere, dove tutti hanno lo stesso valore, poliziotti, infermieri notturni, guardie, prostitute, balordi. Dove non bisogna bucare lo schermo per piacere. Dove il ladro canta con il poeta. Dove qualche bicchiere in più sottolinea il lato magico delle cose. Ora tocca a me. Stasera vorrei portarla sotto i portici di via Venti e camminare insieme per farle fermare il mio mondo con le sue fotografie. E se lei viaggiava per i cabaret di Montparnasse e nelle balere di Rue de Lappe tra membri dell’alta borghesia e artisti, io la porterei al karaoke di Brignole. Vorrei che immortalasse tutta la bellezza, tutte le storie e tutta la musica che vivono là dentro. Poi potremmo girare i vicoli più bui: salire e scendere tra ciottolato, sputi, prostitute, protettori, bande e malviventi. Fino ad arrivare ai clochard che dormono sotto i portici, mentre i lavoratori del mercato del pesce sono già in piedi. Domani a pranzo, vorrei mostrarle la mia Genova de Jour. Lei ha omaggiato la capitale francese alla ricerca delle cose banali: le stesse che piacciono anche a me perché straordinarie nella loro semplicità. Ha ripreso pescatori sulla Senna, traghettatori, giardinieri sull’albero, venditori di giornali. Si è soffermato nel Jardin de Luxemburg tra infanzia ed anzianità. Io partirei dal parco dell’Acquasola, dove le offrirei un caffè davanti alle rose del giardino d’inverno. Poi la porterei col 31 a Boccadasse a mangiare acciughe e vedere la vita del borgo: la vendita del pesce sul gozzo, quelli che in pausa pranzo prendono il sole, gli anziani che litigano di Genoa e Sampdoria. Forse a Genova, rispetto a Parigi, mancano solo i baci davanti a caffè e sigarette. Quegli amanti che lei triplica negli specchi angolari come per dimostrare che l’amore rende di più e più grandi. Ma sono certa che per il suo sguardo, magari agli Specchi, una coppia innamorata si sta già stringendo le mani furtivamente. 

 

 


La migliore insalata dell’estate

stelliA Giugno ci sono i saggi. A luglio devo studiare. D’agosto andare a Berlino. Settembre, sempre che il tempo tenga, è fatto per godersi un po’ di mare. Se nella vita si tende a desiderare quello che non si ha, nella mia testa c’è sempre un sorriso, che il più delle volte è una dentatura e quasi sempre ha un proprietario dispettoso. Poi da qualche altra parte c’è un braccialetto d’argento visto all’aeroporto ad una signora elegante. È pieno di charms che son ricordi e non si possono comprare, pur avendo i soldi. In un angolo a destra c’è un vlog da realizzare, in un altro una casa più grande magari in corso Italia, poi sulla sinistra rimane una tinta rosso tiziano che non mi rovini i capelli e in fondo in fondo un paio di scarpe Louboutin. Sabato, mentre ero in spiaggia, ho desiderato un’ insalata di mare. Solitamente torno a casa a pranzo, il sole è troppo caldo e non posso permettermi pasto e aperitivo fuori. I desideri però non guardano dentro al portafoglio. E quindi quando l’ho espresso al ragazzo che lavora agli Stelli temevo che rimanesse come quel sorriso, braccialetto, colore di capelli: irraggiungibile. Invece mi sono arrivate acciughe profumate, lunghe e crude come solo le acciughe sanno esserlo. Il surimi grosso. Niente a che vedere con quello della Lidl che è piccolo e sembra di plastica. I Pomodori grandi e rossi, che io non li compro mai, sarebbe come tradire l’orto di mio padre. I gamberetti piccoli e croccanti che gli serve solo un po’ di limone. Del tonno, ma poco e solo per rassicurare, se no sarebbe stato invadente. Il resto misticanza: rucola, lattughino, invidia. Il tutto era accompagnato da una ciotola con focaccia fresca che ho mangiato solo alla fine per non mischiare, come fossero un Refosco e dello Champenoise. Il condimento? La vista e il profumo del mare di settembre. Agli Stelli ho dato un bacio a Jacopo, il ragazzo che me la ha preparata. Oggi son tornata a casa a mangiare, i soldi non sarebbero bastati. Ma forse la felicità è questa e certi desideri vanno realizzati. La migliore insalata dell’estate.


Le vacanze di Natale? Con Jerry Calà

bjQualche anno fa c’era stato il concerto di Ivana Spagna ed avevo cantato e ballato con gioia Easy Lady. Ieri dopo una durissima lotta per conquistare una grigliata mista alla brasserie della festa del Genoa sento un’ altisonante presentazione di quello che sembrerebbe essere il più grande comico italiano. Entra in scena Jerry Calà cantando Vorrei la pelle nera di Nino Ferrer. Per me già comincia bene. Risulta identico agli anni ’80 e, a parte i capelli bianchi, l’energia e la simpatia sono le stesse. D’altronde “Non sono bello, piaccio” era una delle sue frasi storiche. Abbandono i residui di costolina e mi muovo verso i piedi del palco incuriosita. Jerry alterna immagini dei suoi film cantando tormentoni italiani. Delinea perfettamente il personaggio interpretato nei suoi film: musicista in vacanza sempre in cerca di donne. E che donne: Karina Huff, Antonella Interlenghi, Marina Suma e soprttutto la bellissima Stefania Sandrelli. Più Jerry mi aiuta a ricordare la vita di Billo e più sento delle analogie con la mia. Io che ho sempre pensato di seguire esempi alti mi rendo conto di condividere buona parte del mondo dei valori del personaggio vanziniano: vacanze, musica e amore. Ricordate la scena romanticissima in cui Calà e la Sandrelli sulla neve si parlano tramite le canzoni proprio con il sottofondo di Ancora di De Crescenzo? Ripensare a questi film mi porta ad una sorta di semplificazione che nella vita ho sempre cercato, ma che non sono mai riuscita a realizzare. Il figlio di una coppia è innamorato della figlia dell’altra, il marito tradisce la moglie, la moglie tradisce il marito e Billo va a letto con tutte. Per non parlare di personaggi come Donatone, il marito di Ivana, interpretato dall’attore Guido Micheli. Per Mr. Zampetti che fa via della Spiga-Cortina in due ore e cinquanta minuti “Alboreto is nothing, lui possiede la tessera Freccia Alata,  ovvero le 50.000£, la Mercedes da oltre cinquanta zucche e con whisky e sole si sente in pole position. Trovo questi film antidepressivi come l’acqua di mare o una bella sciata in montagna, naturalmente tutto al ritmo di I like Chopin dei Gazebo. 

 


Caro muratore ti scrivo

martelloCaro muratore,
oggi piove e non ti sento battere. Stamane hai usato un po’ la fresatrice, poi un po’ di mazza e scalpello e poi il silenzio. Chissà dove sei ora. Forse hai deciso di prenderti un momento di riposo. Magari dormi in quella distesa di macerie che immagino al piano di sopra. Hai iniziato i primi di luglio e mi dici, ogni volta che te lo chiedo, che finirai non prima del 31 agosto. Le mie ferie, dunque, le divido insieme a te. Quando batti mi sveglio e quando smetti io dormo, proprio come fanno le mamme coi bambini appena nati. Lavori anche il sabato. La prima settimana ero uscita il venerdì sera, la mattina dopo, quando mi hai svegliata ero così stanca che ho maltrattato tutti e ho comprato un paio di scarpe con le frange. Io che le frange le odio. La commessa diceva “Guarda come vestono bene” e io quel tacco 12 l’avrei usato solo come un’arma contro di te. Una volta ho anche sperato che stessi male, niente di grave, un raffreddore, ma che bastasse a non farti venire a lavoro. Anzi ti chiedo scusa per questo. Ma quello che mi chiedo è: l’appartamento di sopra è di 45 metri quadrati proprio come il mio e proprio come la metà degli appartamenti di via Venti. Intendo quelli sfigati, senza la stanza da letto, col bagno cieco. Ho capito che sei da solo, ma due mesi non sono tanti per metterlo a posto? Lo so che tra di noi si è creata quasi un’amicizia. Quella sera che son tornata tardi e ti ho lasciato il messaggio in cui ti chiedevo di iniziare un po’ dopo, chissà quante me ne hai dette dietro la mattina. A volte mi sembri quasi il mio papà, forse perché anche tu non sei di Bolzano. Ti ho anche invitato alla tesi. Ti ricordi quando ti ho portato il caffè dopo che ti ho gridato basta così forte che mi hanno sentito anche a Savona? Caro muratore, ormai anche tu fai parte di Venti Settembre 20 e ti giuro che quando finirai, per festeggiare andiamo a farci un bagno insieme. Non posso dire che mi mancherai, ma quasi ti voglio bene. Anzi oggi che sei così tranquillo ti canto anche una canzone…

 


Estate di matti e supermercati

20150622_140716E’ iniziata l’estate e, come sempre, nei fine settimana, via Venti si svuota. Dalle radio risuonano i tormentoni e nei bar si sente ordinare pizza e cappuccino dagli stranieri. Vorrei vedere la faccia dei baristi, ma me la immagino e basta così. In giro per la città, oltre a me che solitamente dovrei studiare, rimane un’unica categoria: i matti. A Genova sono tantissimi. Tutti ne incontriamo, amiamo, odiamo, adottiamo, osserviamo, evitiamo  almeno uno al giorno o alla notte.Questa è la loro stagione: liberi girano per il centro soffrendo il caldo, che, meno detestabile rispetto al freddo, per loro è comunque detestabile. Per evitarlo e rigenerarsi, prediligono i supermercati, dove l’aria condizionata è altissima.

Il mio preferito è giovane, 35/40 anni, ha i dred, è alto e gira solitamente tra Carignano e via Venti. Per un po’ ho pensato fosse straniero, forse francese, ma poi mi hanno detto che è italiano. Ha uno sguardo dolce e adora il Carrefour. Solitamente lo si trova lì che monologa guardando i prodotti sugli scaffali. Li sceglie e confronta come una brava massaia. Parla a bassissima voce, non si capisce cosa dice, ma non disturba affatto. Dopo la sua “spesa” che dura ore, arriva alla cassa sempre solo con una lattina di Coca Cola. Ottima scelta penso, tutte le volte che lo vedo. Una volta ero in via Venti quando ho visto che è entrato da Desigual, negozio di abbigliamento etnico. Forse attirato da tutti quei colori accesi pensava che il negozio fosse la fabbrica della Coca Cola. Resosi conto dell’errore, è uscito un po’ stordito, sempre parlando a bassa voce, seguito solo dallo sguardo stupito della commessa.

Poi c’è quello di Albaro che solitamente si trova alla Lidl. Lui è veramente il più divertente. Non penso superi i 30 anni. Pelle olivastra, moro. Adora gli annunci. Si trova una buona postazione e comincia a fare la voce delle ferrovie italiane. “Il treno per Savona delle ore 14 e 15 arriverà al binario due. Si fermerà nelle stazioni di: Genova Principe, Genova Voltri, Arenzano, Varazze, Albisola, Celle Ligure, Savona. Ci scusiamo per il ritardo.” Quando si stanca delle ferrovie, si muove verso le casse e dice:“ Chiude cassa due e apre cassa quattro, din din, attenzione, vi chiediamo di riporre i vostri acquisti sulla cassa quattro. Grazie.” I cassieri lo amano molto, come tutti coloro che sono in coda.

Ma in questa città c’era chi giocava libero. Non aveva bisogno di supermercati, preferiva i luoghi chiusi come la galleria Mazzini o la stazione di Principe. Non era tematico, ma creazione, pura improvvisazione. Ogni tanto, quando cammino in via Venti, mi sembra di sentirlo. Qualche rumore, una voce roca, una frenata. Purtroppo poi alzo lo sguardo dai miei pensieri e non lo vedo. C’è un signore che parla al cellulare, normalissimo, ha solo la voce un po’ bassa. Lui, il mitico pittore folle, il mio dirimpettaio artista, non c’è più. I suoi insulti, che poi erano aforismi, non si sentono più. Nessuno è come lui e quando mi manca posso solo fare un bel giro al supermercato.

 


Le rose di Santa Rita

20150525_162828Io che li rincorro per tutto l’Expo e loro che scappano e mi mandano i selfie dai padiglioni. La terza B che assaggia le specialità dell’Angola, la terza A che fa il verso alle api nell’alveare del Regno Unito e la terza L che si tira i Pamcake sulla ruota panoramica del padiglione olandese. Io che corro portandomi dietro quelli che ho trattenuto dalla fuga: una ragazza della L mi vede piangere disperata e cerca di consolarmi. Mi porta un fazzoletto e dice:” Su prof, vedrà che ora tornano.” Mi sveglio ancora spaventata, per fortuna era solo un incubo. L’estate arriva nella mia stanzetta di via Venti come una primavera russa, violenta rabbiosa ed incide sul mio sonno. Non so se più stordita o più sudata decido di fare due passi per ritrovare la ragione e, magari con un caffè, la serenità. L’aria è frizzante, vedo una certa agitazione e non capisco. Fino a quando giungo in via della Consolazione, una traversa di via Venti. Chiusa al traffico, ma aperta alla folla. Donne che comprano. Uomini dietro ai banchetti che gridano cercando di accaparrarsi le clienti. Non si riesce a respirare, sono tantissimi. Qual è l’oggetto di tutto questo traffico? Le rose. O sono italiani e le vendono belle ad un euro o sono stranieri e le vendono meno belle a cinquanta centesimi. Uno mi grida in modo persuasivo: “Bionda, vieni da me!”. Ho l’impulso di andarci, ma penso che ci manchino solo le rose a casa mia. Poi comincio a starnutire, la mia allergia paga caro questo corridoio floreale. Mi chiedo il perché di tutte queste rose, non può essere un mercato dei fiori ci sarebbero margherite, peonie, calle…Mi dicono per la Santa. “Solo rose per la santa.” A Santa Rita piaceva questo fiore perché la sua bellezza resiste alle spine che lo circondano. Allora un giorno di gennaio, malata nella sua cella monastica di Cascia, chiese ad una cugina di portarle da Roccaporena una rosa della sua terra. Naturalmente la rosa fiorì in gennaio ed avvenne il miracolo. La capisco, la Santa.  E non siamo le sole ad amare questo fiore. Shakespeare fa dire a Giulietta:”Ciò che chiamiamo rosa anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo.” Ricordo la prima volta che ne ricevetti una, rossa. Compivo 13 anni e arrivò con un biglietto del mio fidanzatino di allora: “Auguri, Marta”. Una rosa rossa significò almeno una cinquantina di sberle da parte di mio padre che non credette ad una amica così premurosa da inviarmi un fiore per posta. Sono protagoniste nello Chanel 5, rose di maggio, colte a mano nelle prime ore del mattino, quando si schiudono, per essere poi lavorate entro un’ora dalla raccolta. Rosa come il colore che amo, ma non so vestire. Rosa come il fiocco sui portoni quando nasce una bambina, che chi lo vede non può non sorridere. Rosa come la patente. In Rose come la vie di Edith Piaf. Rosa come tutte le Rosamaria, Rosalba, Rosaria. Rosa che è rosso più bianco. Rosa come il lucida labbra. Ed ora rosa come il fiore di Santa Rita, la santa del 22 di maggio.


Il Giro di via XX Settembre

20150510_164345A maggio certe domeniche aprono la strada all’estate. E mentre tutti sono al mare a divertirsi e Via Venti è desolata, io studio. Ma quasi costantemente, cosa che rende inutile la fatica di stare a casa, vengo colta da quella che chiamo la sindrome del Sorpasso. Mi riferisco allo splendido film di Dino Risi del ’62. Per chi non lo ricordasse: Vittorio Gassman irrompe con la scusa di far una telefonata nell’afoso pomeriggio di Ferragosto del giovane Jean Luis Trintignant, che sta cercando di preparare un esame. Naturalmente il cialtrone convince lo studioso ad abbandonare i libri e seguirlo in strampalate avventure pomeridiane. A me capita sempre così, arriva Bruno Cortona e devo rimandare, per esempio, la scrittura di indice e bibliografia della tesi di musicoterapia. Questa volta il mio disturbatore è stato proprio il Giro d’Italia. Per quanto non ami particolarmente il ciclismo, l’evento sportivo mi ricorda solo cose belle. Fu grazie al Giro e al cugino Cintone che lavorava nell’organizzazione, che conobbi meglio quella che era allora la mia insegnante di canto ed è ora, la amica. Sempre per vedere la gara passai bellissimi pomeriggi al bar del mio ex fidanzato, dove si ascoltavano i commenti degli anziani sui ciclisti e si riempiva il pomeriggio tra una pallottola di birra ed un’altra. Questa volta però, sola, ho guardato la gara con più attenzione. Nella tappa ligure, per il gran Premio della montagna il Giro ha raggiunto Sciarborasca, frazione sopra a Cogoleto. In quella tratta, stremati da caldo e stanchezza, i ciclisti stavano arrancando visibilmente. Ed ecco il miracolo: l’applauso della gente, le coreografie preparate da mesi, la devozione verso gli atleti, l’amore per quello sport così faticoso. Un applauso, un grido e hanno ricominciato a a pedalare dimenticando la fatica. Penso che tutti noi, nella vita, avremmo bisogno di un gruppo che ci aspetta, magari proprio nel percorso che facciamo per andare a lavoro, e ci dice:”Dai, che ce la fai”. Magari proprio di lunedì o prima di un esame o di un appuntamento. Qualcuno che, per vederci meglio, si arrampica su un muretto e ci esorta a continuare la salita. Noi neanche li guardiamo, ma quelle parole, ci bruciano dentro come una musica che restituisce energia. Anche io ho aspettato il Giro quest’anno insieme ai pochi rimasti in Via Venti: gli anziani che si lamentavano del caldo improvviso, il libraio che ha tenuto aperto, la ragazza che sorveglia il palazzo. E quando sono arrivati veloci come astronauti, come alieni di un B movie degli anni ’70, abbiamo gridato insieme: “Dai, che ce la fai”

 


Domenica al museo di Scienze Naturali.

20150125_173047Le domeniche d’inverno dormirei tutto il giorno. Mi viene qualcosa addosso che anche se mi sveglio più tardi rispetto alla settimana non basta mai. Come se il corpo sapesse che può permettersi di non far nulla tutto il giorno oltre a trascinarsi dal divano al letto e viceversa. Ne ho anche parlato con il medico di base che dice che è la mente che fa tutto. Ma non ho avuto il coraggio di porgli la domanda: “Dottore, è possibile che io vada in letargo?”Le caratterisitiche sono proprio quelle. Ci sono delle medicine per contrastarlo? Degli antidoti? Ieri ne ho trovato uno e non in farmacia. Il museo civico di Scienze Naturali Giacomo Doria di Genova. Era tempo che volevo visitarlo data la passione per gli animali, soprattutto se imbalsamati. In mezzo ai bambini che correvano da ogni parte quasi felici come me, ho scoperto che tutte le bestie che ci sono, sono il risultato di viaggi che, nel XIX secolo, il museo finanziò in terre allora inesplorate dal punto di vista naturalistico. Gli studiosi genovesi arrivarono fino all’arcipelago Mentaway in Sumatra, alla Birmania e alla nuova Guinea e se ne tornarono al Doria con tutti loro animali conservati nell’alcool.  Appena si entra nel museo sembra di essere tornati indietro di trent’anni, non c’è niente di contemporaneo o 3D o super tecnologico. Solo bestie imbalsamate o sotto spirito. Qualche foto degli anni settanta e spray antimosche dentro alle vetrine. Gattoni che sembrano disegnati da Louis Wain, psittaciformi esotici, farfalle con accostamenti cromatici così belli da rubarli per nuovi outfit ed un cartello molto divertente se si immagina letto con la cocina: “La savana è chiusa”. Poi quelli che chiamo gli special guest ovvero vetrine paesaggio con piccola descrizione molto romantica e vintage. Tipo: galline selvatiche nel loro abitat, inverno. Quasi delle sequenze cinematografiche. Meravigliose. Quando vedo gli sposi a Boccadasse che fanno le foto mi sono sempre chiesta dove avrei fatto le mie. Ora lo so, al museo di Storia Naturale Giacomo Doria. Ma le foto di quale matrimonio?

 


Mi muove

13781965_10210233115132400_3315419459712464985_n (1)“Cosa ti muove?”mi ha chiesto Bobby Soul dato che presenterò il suo nuovo video Mi muove alla Claque di Genova il 16 gennaio.

“Sicuramente una buona dentatura maschile” ho risposto. Chi mi conosce sa che guardo gli uomini in bocca come fossero cavalli. Fedez mi muove molto per esempio.

Cercando di andare più nel profondo ho trovato i saldi. Per un paio di pantaloni faccio chilometri ed una volta ho addirittura preso un interregionale per un paio di scarpe.

Non contenta, scavando al fondo, ho recuperato Albano Carrisi e Romina Power. Non c’è niente che mi faccia l’effetto della loro “Ci sarà” a Sanremo ’84. Mi muove meglio del Vov.

Un po’ troppo superficiale? Dunque come sempre, quando non so, mi guardo intorno e risponde Via Venti.

Nell’interno vicino al mio c’è lo studio di due commercialisti. Lavorano tanto: entrano alle 9 ed escono alle 21 con la ventiquattrore strabordante di carteggi e contratti. Sono molto indaffarati e quando i tre ascensori parlanti tardano ad arrivare fanno le scale a piedi piuttosto che perdere un minuto. Li muove il loro lavoro? Basta osservare la maniera in cui si sorridono, il modo in cui si prendono cura l’uno dell’altro nei pochi momenti liberi e si capisce che li muove il fatto di stare insieme.

Di fronte a me c’è un ragazzo studioso. Quando arrivo da lezione è alla finestra che studia. Quando esco la sera è sul tavolo che studia. E quando torno al mattino lo vedo ancora lì sul letto che studia. Un giorno ho sentito qualcuno che cantava nelle vicinanze e un po’indispettita, dato che non ero io a farlo, ho cercato di capire chi fosse. Guardo alla finestra e vedo proprio il secchione con le cuffie nelle orecchie che balla e gorgheggia. Non è la laurea che lo muove, ma Kiss di Prince.

Di sotto c’è una prostituta. Penso che sappia fare molto bene il suo lavoro data l’affluenza di clienti. Vi sarà capitato di incontrarla per via Venti. Chiunque la veda non può esimersi dal guardarla. Quando passeggia in tutto lo splendore del suo corpo da pantera è un tripudio di occhiate di passanti e gomitate di fidanzate. Lei guarda tutti dall’alto con un sorriso soddisfatto. Essere la regina di Via Venti è quello che la muove.

Raccontare storie. Questo mi muove, oltre ad una bella dentatura maschile, i saldi, Albano Carrisi e Romina Power naturalmente.