ioabito (prima parte)

Questa sono io.

In mezzo a tutti i miei vestiti e con la mia vestaglia preferita.
Una delle frasi che uso quando cerco di colpire qualcuno è:
Ho molti più abiti delle occasioni che avrò per metterli.
Ora, contraddittoria come sempre, vorrei proprio ribaltare questa affermazione.
E, anche senza l’occasione, indosserò tutti i miei abiti.
Ma, prima, serve che vi racconti una storia.


Della mia casa


Della mia casa
Non ho muri
Soffitti, pavimenti.
Della mia casa posseggo le
rondini sopra di me all’aperitivo,
la pioggia ritmica sull’ardesia
quando nel letto ancora albeggia,
le campane della domenica come orchestra, tra gli intervalli del centro storico.
Un limbo di mare
Che di più non se ne può avere.
E quei pini marittimi
Le cui teste, ora paiono piegate,
Ma rimarranno il talamo del nostro amore.


Come maggese (ultima parte)

Ultima settimana.

La prossima settimana la Quarantena in qualche modo finirà e, con le dovute precauzioni, si potrà uscire.
Mentre vado al super, cerco di rimuginare su un articolo che oggi mi ha fatto molto riflettere.
Una lettera al giornale di uno scrittore di successo che si interroga sulle possibili conseguenze di questo periodo sulla società e in particolare sulle relazioni.
Qualcuno reagirà abbandonando la famiglia.
Dalla corsia dei detergenti una ragazza mi guarda con odio.
Non ne capisco la motivazione, forse perché io ho la mascherina FFP2 e lei no.
Dicendo addio al coniuge o alla partner.
L’uomo del banco salumi canta ad alta voce la canzone “Maledetta primavera” di Loretta Goggi.
La mascherina smorza le parole, ma io la riconosco e canto con lui.
Uomini e donne fisseranno nuove priorità e impareranno a distinguere meglio ciò che è importante da ciò che è futile.
Un anziano è da solo nel reparto casalinghi.
Guarda i prodotti, con un chiaro bisogno di aiuto, sperando che gli rispondano.
Al mio sguardo sorridente, posso immaginarlo increspare le labbra anche senza vederlo.
Ci sarà chi per la prima volta si interrogherà sulle scelte fatte, sulle rinunce, sui compromessi.
Arrivo dalla cassiera e mi rendo conto di aver dimenticato il latte.
Mi guarda malissimo, ma ho talmente tanta roba che faccio in tempo ad andarlo a prendere.
“Ma si ricordi che ho la tessera” le dico dato che ho preso molti prodotti in offerta.
Quando arrivo, il conto è fatto “Scusi, ma la mia tessera?”
Mi risponde secca che ora non si può più.
Sembra che sia mia la colpa se lei è qui a rischiare di ammalarsi.
Torno a casa con un cestello d’acqua da una parte e due sacchi di plastica di quelli rigidi traboccanti dall’altra.
Sugli amori che non ha osato amare.
Sulla vita che non ha osato vivere.
Uomini e donne si chiederanno perché sprecano l’esistenza in relazioni che provocano loro amarezza.
Oggi faccio ginnastica anche io sbirciando quella della finestra di fronte.
Nei momenti fitness indossa un completino che la rende ancora più perfetta del solito. Come fosse in eurovisione, esegue i suoi squat giornalieri.
Mi metto a specchio davanti a lei cercando di farle capire che la sto seguendo, che è diventata il mio personal trainer casalingo.
Lei non volge mai lo sguardo dalla mia parte, fissa invece un punto nel vuoto perché è il modo più corretto per svolgere l’esercizio.
Veniamo interrotte dalle grida del vicino di sopra.
È un insieme di lacrime e le bestemmie.
Salgo e gli suono al campanello.
È un po’ spaventato, ma gli dico che non deve aver paura.
Che l’idea di uscire terrorizza anche me.
Ma non potremo sapere che sarà.
Che sarà, che sarà, che sarà, che sarà della mia vita chi lo sa.
Forse tutto, forse niente, da domani si vedrà..
Quando mi rendo conto che sto cantando a squarciagola la parte della moretta de I ricchi e poveri sul ballatoio di casa, è troppo tardi per smettere.
D’improvviso, come in un film, gli dico che devo andare, da troppi giorni non piove e le mie piante hanno bisogno di me.
Sono felice perché sembra tornato di buon umore.
Affronto il viaggio verso l’attico.
Decido di prendere un autobus.
Vuota, la carcassa del 20, sembra un pezzo di un brutto gioco per bambini.
Arrivata. La salita non solo è deserta, ma anche buia.
In quella strada, dopo una certa ora, spengono i lampioni perché non esca nessuno.
Sembra la casa delle streghe ai baracconi, più che somigliare alla via dell’attico.
Appena arrivata sul mio terrazzo, i ciclamini, le violette, le belle di notte, la gardenia, i gelsomini, le rose, i gerani, gli ibiscus, persino i cactus mi travolgono con la loro fioritura.
La primavera sembra brindare alla faccia nostra e del virus.
Dopo aver religiosamente bagnato, mi precipito a cercare la scatola.
Non voglio guardare le sue cose e nemmeno le mie.
Mi fanno più paura
delle persone con le mascherine,
del mondo diventato nave fantasma,
delle bestemmie e delle lacrime del vicino
e sicuramente anche del virus.
Voglio solo quella scatola anche se non l’aprirò mai.
Mi viene in mente un termine che avevo imparato alle elementari e che avevo rimosso.
Allora non sapevo né cosa, né come fosse fatto.
Faceva parte del programma di geografia di una quinta elementare milanese di tanti anni fa, in cui si parlava di Lombardia e pratiche agricole.
All’esame mi chiesero proprio quello.
Naturalmente non lo ricordai e mi abbassarono da ottimo a buono il giudizio dell’esame finale.
Uscita da lì, imparai a memoria la risposta esatta per non dimenticarla più.
Mi chiesero come si chiamasse la messa a riposo di un appezzamento di terra per restituirgli fertilità.
Ora, avrei risposto: pandemia.
Penso che la situazione in cui si siamo trovati, se non fortificherà l’essere umano, come dicono molti, lo avrà fatto riposare come fosse un terreno per renderlo di nuovo fertile.
In quell’esatto momento sento la chiave che gira nella toppa e mi metto tra i fiori del terrazzo.
Mi troverà lì con la sua scatola.
Come maggese.


Come maggese (quarta parte)

Terza settimana di Quarantena

Agosto 1920
Cara Nenna,
io e Maria abbiamo deciso di lasciare Locana ed tornare a Serlone.
Porteremmo anche te ma, date le tue condizioni, temo sarebbe troppo pericoloso nel caso avessi bisogno di partorire prematuramente.
La nostra è una vera e propria fuga dal terribile morbo.
Come sai coglie coglie più i giovani dei vecchi e questo mi spaventa terribilmente per le nostre due giovani figlie.
Sicuramente un giorno entrambe capiranno questa decisione.
Franca, per fortuna, si dedica ancora ai giochi e la montagna non può che lasciarla più libera e felice di correre dietro ai cani e alle bestie.
Nei prati e tra i fiori, proprio dove la vorrei vedere nei prossimi mesi.
Lidia, la primogenita, troverà più doloroso allontanarsi dalle amiche e sopratutto dai sabati sera alla balera di Cuorgnè. È, infatti, in età da marito.
Non abbiamo ancora avuto il cuore dirle che risaliremo subito.
Siamo tornati da lì solo la scorsa settimana e lei dovrebbe iniziare a giorni l’ultimo anno di superiori in città.
Io e Maria abbiamo fatto entrambi studi di ragioneria e sono sicuro che con nostro aiuto potrà dare gli esami come privatista.
Nel caso non riuscisse a diplomarsi, ripeterà l’anno senza che nessuno se ne rammarichi.
I malati in città cominciano a diventare troppi.
Un amico mi ha raccontato le terribili complicanze della virulenza.
Un suo vicino ha avuto un’emorragia dalle mucose, in particolare dal naso.
Un altro conoscente dallo stomaco e dall’intestino.
E addirittura all’osteria uno raccontava che il sangue può uscire dalle orecchie e si può sudare fino a rimanerne senza.
Non posso pensare alle mie care ridotte in quel modo.
Abbiamo deciso di portare anche la zia Nina.
Dato che è sordomuta non può rimanere sola.
Poi ama molto l’aria di montagna, forse perché in alto è più facile stare in silenzio.
Salutami tutti i cugini e le cugine che non siamo riusciti a rivedere.
Partiremo domani prima dell’alba e cercheremo di arrivare entro sera.
La strada di notte si riempie di lupi.
A presto e che Iddio ti protegga insieme alla tua famiglia e al piccolo che porti in grembo.
Tuo zio,
Giuseppe.


Come maggese (terza parte)

Seconda settimana di quarantena

Questa mattina ho sognato i pesci.
Dico mattina perché entro tardi nella fase REM del sonno.
Per quello di notte dormo male.
Ma stamane è l’ora giusta, quella delle campane di mezzogiorno e quindi rimango piacevolmente avvolta nel mio sogno.


Come maggese (seconda parte)

Prima settimana di quarantena
Non riesco a reggere giornalmente la curva dei morti in TV.
C’è un’unica trasmissione allora che sostituisco al tg in questo periodo.
Uomini e donne di Maria De Filippi.
Il programma è identificato dal novantanove per cento dei pensanti con l’inferno e la conduttrice con chi ne sta a capo.
Io, invece, seguo il trono over.


Come maggese

Il maggese è quella pratica agricola che consiste nella messa a riposo di un appezzamento di terreno per restituirgli fertilità.

Lo so che è un matto.
Infatti ogni volta che lo incontro abbasso gli occhi.
Non si può certo avere empatia per tutti e tutto, non certamente con il lavoro che faccio io.


Quando la mamma è lontana

Lidia Cavoretto. Serlone (frazione di Locana Canavese)

La morte capita.

Anche quella della propria mamma, purtroppo.

Se ci pensiamo, è successo anche a Bambi.

Ma oltre a me e al piccolo cerbiatto, ultimamente ho condiviso questo con alcune amiche.

Sarà una questione di età comune?

Del clima che stiamo rovinando e per vendetta ci sta uccidendo le cose più care?

Mi piace pensare, invece, che le nostre madri abbiano avuto voglia di far altro.

Magari insieme.

Aiutare qualcuno che aveva più bisogno di noi per esempio, o fare degli aperitivi e guardarci da ovunque siano.

Parlando di quanto ci vogliono bene.

In questo modo però siamo rimaste un po’ sole e sarebbe bello fare qualcosa.

Con le mie amiche abbiamo guardato foto, ricordato battute e sorrisi e il tempo è passato veloce senza che ce ne accorgessimo.

Ne siamo uscite più forti.

E abbiamo fatto rivivere magicamente le cose belle che facevano e le frasi che non possiamo dimenticare.

Mi rivolgo a chi ha la mamma troppo lontana, da tanto o da poco tempo, perché la racconti ancora un po’, magari proprio in questi giorni di festa sempre difficili.

Ho creato una pagina facebook che si chiama: Quando la mamma è lontana.

E questa volta non è un swap party.

Lo giuro.

Se avete voglia anche di condividere solo una foto o un pensiero o conoscete qualcuno che ha perso la mamma perché qualche cacciatore le ha sparato improvvisamente, questo è l’indirizzo.

Grazie a tutte le mamme, vicine e lontane.


Il merlo innamorato

C’è un uccello sopra la mia finestra dal giorno in cui sono iniziate le piogge.

Non si sente appena arriva la mattina, come gli altri.

Ma canta di notte.

Tre sere fa, rincasando mi sono fermata per capire cosa cercasse di dire.

Esponeva una sua tesi.

Forse mi parlava di un nido che non ha più, che sua mamma è morta nell’alluvione o, magari, aveva semplicemente voglia di cantare.

L’altro ieri son tornata a casa tardi e lui era lì che vocalizzava come la sera prima.

Ho preso l’ascensore che mi porta agli alberi di Carignano per vederlo da vicino.

Scoprire se fosse merlo o pappagallo.

Ma non si vedeva nient’altro che la notte.

Il suo canto, invece, si sentiva forte.

Era aggraziato, ma deciso.

Non un fischio, ma note vere. 

E il vento che soffiava gli faceva da tappeto.

Stanotte non ho potuto sentirlo.

Ero lontana da casa coi pensieri e con il corpo.

Non potevo ascoltarlo e ora non riesco a smettere di domandarmi cosa volesse dirmi.

Allora ho letto che il merlo canta per amore.

E può confondere i lampi con il sole.

 


Indifferenziata

Ho buttato i baci,

la pelle,

l’odore,

i vestiti

e soprattutto il tuo nome.

Ma che siano

umido, carta,

plastica

alluminio o vetro,

devono marcire

tutti insieme.

Come posso scegliere

quale di loro

fa più

o meno male?

Insieme al mio cuore,

sono solo i rifiuti pericolosi

di una raccolta

indifferenziata.