L’acqua nell’orecchio

Mi è bastato un tuffo.
Io che la testa non la infilo mai nell’acqua.
Perchè mi rovino la piega.
Ho ceduto alle lusinghe dell’azzurro di cielo e mare di fine agosto.
Appena uscita ho sentito quella sensazione nell’orecchio destro.

Agosto 3

    Foto Henri Cartier-Bresson. Canzone Perfect day, Lou Reed

15 agosto, Mercoledì

Quando suona il campanello, sto dormendo ancora profondamente.
La bocca impastata dal vino di ieri.
Butto un occhio all’ora e sono le otto e mezza.
Mi trascino alla porta.
Mi fa lo stesso effetto tutte le volte che la vedo.

Agosto

Agosto è sospensione.
Pausa.
Cambiamento.
Riflessione.
Almeno nell’immaginazione.
Ecco la prima parte della mia storia d’agosto che durerà per tutto il mese,
spezzettandola in quattro lunedì.

La fermata

La fermata

Mentre il 31 di notte
non arriva,
mi siedo su un muretto
di corso Italia.
Divento un pezzo di strada.
Gli uomini dalle macchine
mi fissano
e alzano le sopracciglia.
Calma,
sfido il loro sguardo.
Incrocio le gambe
e aspetto che uno si fermi,
per potergli gridare contro
tutto il mio amore sbagliato.

Le reti e la luna nel mare

Le reti
e la luna nel mare
sono invece su un Ape,
in un parcheggio
sotto ad un lampione.
Non sempre,
è come sembra.
Se non fosse per quell’odore di pesce catturato,
che in foto non si sente.

Rosso napoletano

Spaccanapoli. Un bambino, traccia il mio percorso.
Ha i capelli rossi, scarpe da tennis, una maglia e dei pantaloni grigi.
Si differenzia da tutti gli altri scugnizzi napoletani da un dettaglio.
Le orecchie, incredibilmente a sventola.
Mi è sempre avanti di poco.
Si ferma a parlare quella lingua incomprensibile in tutti i negozi di frutta, nei bar, nei bassi.
La gente sembra aspettarlo.
E lui cammina veloce.
A volte si ferma a giocare a pallone con qualche altro ragazzino.
Se lo supero, mi recupera.
Se mi fermo, m’aspetta.
A quell’ora di primo pomeriggio in cui la città è fermata dalla bafagna, il rosso è il padrone di tutte quelle vie.
Nascoste, dimenticate.
Piene di segreti che convivono con le voci gridate.
Ad un certo punto giungiamo in una piazzetta, seduta su una panchina al centro, c’è sua mamma.
Fa qualcosa che non capisco, forse aggiusta qualche vestito del ragazzo.
Dove possa vedere entrambi, nella parte alta della piazza, c’è il papà che vende kebab.
Kebab napoletano originale.
Il rosso è figlio di persone antiche.
Entrambi si rendono conto della mia presenza e non sono gradita.
Me ne vado, portandomi dietro le sue orecchie a sventola.