Il treno di Capodanno

Mi piace prendere il treno.
E mi piace ancora di più nei momenti impossibili.
In cui non viaggia nessuno.
In cui è pericoloso.
In cui i bagni sono sconsigliati e i controllori non passano.
Ma la notte di Capodanno non mi ero mai spostata.
Non ero arrivata fino a tanto.

E dunque sono tra Genova e Milano all’ultimo dell’anno.
Non in un Intercity o in un Italo, ma nell’Interregionale Trenitalia n. 1692.
Quando entro nello scompartimento è vuoto.
Ed io sono contenta, dato l’intento di leggere e scrivere.
Arrivano due americane che parlano di ragazzi italiani conosciuti in viaggio.
E sono meno contenta perché parlano a voce troppo alta.
Poi è il turno di un gruppo di quattro magrebini che si siedono proprio alle mie spalle.
Certamente sono attirati dalle americane che sono veramente graziose.
I marocchini ascoltano musica altissima dai cellulari per farsi notare dalle bionde.
Mancano ancora 50 minuti a Milano e hanno decisamente voglia di fare festa.
Sono tutti stranieri sul treno.
Sembra una puntata di Mediteranno su Rai tre.
A Tortona passa un rasta con una bottiglia di vino rosso.
Gli uomini lo fermano.
Ho paura per lui e, chissà perché, anche per le americane.
In un film horror sarebbero certamente le prime a morire.
Non so cosa gli chiedano gli stranieri.
Non mi giro abbastanza per capire cosa stia succedendo.
Cerco di farmi notare il meno possibile. 

Ma il ragazzo offre loro un bicchiere di vino e diventano amici.
Bob Marley dà una golata alla bottiglia e se ne va.
Ma sembra che l’episodio abbia aperto le danze.
Gli uomini iniziano a fumare e bere.
E a dire cose del tipo: “Siamo vicini al 2018, divertiamoci!!
Forse mi fanno capire per la prima volta il senso del Capodanno.
Le americane, nel frattempo, provano a dormire.
Devono aver fatto serata con i ragazzi di cui parlavano prima o forse fanno finta.
La più alta affronta il capo dei maschi dicendogli di abbassare la musica.
In un attimo si passa agli insulti.
Lei stronzo, lui puttana.
Forse sarebbe l’ora di scendere.
Ma non sono nemmeno a Pavia.
L’unica mia speranza è che ripassi il rasta per dare una golata pure io e brindare al nuovo anno.
Che, per me, è un interregionale veloce in cui l’unica straniera sono io.
Buon anno a tutti” 

La festa nella villa

Appena giunti nella villa, non sono tra i nomi del foglio degli invitati.
Ma accompagnata da tre persone in lista.
Ed entro.
Anche se le signorine sottolineano, gentilmente, che l’evento sarebbe overbooking.

Il presepe

Venerdì sera prendo la scala e mi arrampico sull’armadio.
Tiro giù il pino ben incastrato in fondo alla parte più alta del mobile, facendo cadere dall’alto:
Un mixer a 14 ingressi.
Un faretto da concerto che fa un rumore assurdo.

Peggio dei videogiochi

Le domande on line della scuola sono il peggiore dei videogiochi.
Sono strutturate in tre fasi da completare entro una data vicinissima a quella di emissione.
Ed ogni fase non può distare dall’altra più di 48 ore.
Pena l’eliminazione.

Sarà l’orologio biologico

Io, di bambini appena nati, ne ho conosciuti pochi.
Poi in generale non è che mi facciano impazzire.
Infatti, vorrei che mio figlio nascesse direttamente adolescente.
Crisi esistenziali, pillola del giorno dopo si o no o, col dubbio, se sia meglio una canna o una sbronza nei vicoli.
Ecco, per farvi capire.

Il distributore di caffè

Se mi cercate, cercatemi davanti al distributore di caffè.
No, non intendo quello al secondo e al terzo piano della scuola.
Davanti a quello mi trovate a far la fila insieme ai ragazzi all’intervallo.
Che nelle pause tra un’ora e un’altra non ci si dovrebbe andare.
Ma ogni caffè ci mette così tanto ad uscire che sembra quasi durare un intervallo.
Parlo dei distributori cittadini.
Sono nelle vie: grandi quanto piccoli negozi.
Self service. Spaziosi. Quasi sempre vuoti.
Potrebbero apparire un po’ tristi, con quella gamma di colori in cui solitamente li si vede.
Arancioni, gialli, rossi.
Promettono una felicità al costo di 60 cent.
Zucchero e cacao, tortine alla marmellata e preservativi.
Acque gassate, accendini ed arachidi.
Il mondo del distributore, è un mondo vietatissimo.
Un mondo di olio di palma.
Ci faccio anche la spesa io, al distributore.
Le cose comprate lì, son più buone.
Le merendine son più fresche, dato che stanno nei frighi.
E le bevande già zuccherate, come la camomilla solubile per bambini.
Fanno ingrassare le cose del distributore, ma io me le godo tutte.
Mi fermo lì davanti e le persone fanno finta di non guardarmi, come se andare al distributore fosse una prova di povertà. O di solitudine.
Se negli uffici, nelle scuole, negli ospedali il distributore è un interno, ora è sbatutto all’esterno. 24 ore su 24.
E io nei non luoghi mi ci trovo sempre. Quindi, cercatemi lì.
Dentro alla stanza distributore.
Sotto alle foto dei panini che sembrano così buoni e invece no.
C’è anche la birra se uno volesse, ma ci vuole il documento.
In alcuni ci si può scaldare il cibo con un microonde.
Chissà che schifo fanno i tramezzini scaldati.
Mi trovate lì con i miei pensieri che al distributore valgono anche loro 60 cent.

Il posto dei cinesi

Ce n’è almeno uno in tutte le città.
In realtà ce ne sono tanti, ma specializzati in abbigliamento, alberi di natale, biancheria intima sexy, cartoleria.
Questo, è quello grande.